FINE ANNI ’50

Dopo quasi un secolo di attività, a fine anni ’50 chiude definitivamente il frantoio della famiglia Bordoni, casata “Fracassi”, uno dei due esistenti al Groppo.

E’ l’inarrestabile destino che sta coinvolgendo, uno dopo l’altro, i sette mulini della vallata di Manarola, soppiantati dalla spietata concorrenza dei nuovi impianti che, con attrezzature e macchinari moderni, garantiscono rese più elevate ed un olio quasi privo da morchie.

Era ubicato sulla sponda sinistra del canale, in località “Burdun”, una decina di metri oltre il ponte della provinciale per Volastra. Il frantoio prospettava ed aveva l’ingresso sull’alveo del canale che essendo privo di ponticello di servizio, si raggiungeva con un guado. La ruota idraulica, ubicata sul lato sinistro del fabbricato era alimentata da una gora che attingeva acqua dal canale del rio “Gabiaa” e dalla copiosa sorgente del “Burdun” che sgorgava proprio sopra il frantoio.

Non possedendo le macine, funzionava unicamente da frantoio oleario.

Di questo mulino, demolito durante i lavori di costruzione della nuova strada carrozzabile Groppo – Volastra, in quanto interferiva col tracciato della stessa, si è ormai perduta la memoria. Le uniche testimonianze sulla sua esistenza sono questa immagine e la sua mola che stava ormai per essere perduta e, dopo varie peripezie, e stata recuperata e definitivamente collocata all’ingresso delle Cantina Sociale di Groppo.

La leggenda di Pacciûgo e Pacciûga

Ecco Pacciûgo e Pacciûga in uno dei due dipinti di Marcello Baschenis  esposti presso il Santuario dell’Incoronata di Genova Cornigliano  

Tali figure rappresentano due sposi vestiti con i tipici costumi genovesi del XVIII Secolo. Pacciûgo era un marinaio  che abitava in via Prè e che aveva sposato una donna buona e devota. Insieme vivevano d’amore e d’accordo ed erano entrambi devoti a Maria. Durante un viaggio in mare, Pacciûgo venne fatto prigioniero dai Turchi  e condotto in Africa  dove dovette rimanere per ben dodici lunghi anni senza poter far ritorno a casa. La moglie non pensava che a lui e ogni sabato si recava al santuario della Madonna di Coronata e pregava ardentemente perché il marito tanto amato tornasse a casa. Ma la gente, che la vedeva uscire ogni sabato, cominciava a pensare male di lei e iniziò a mormorare.

Un giorno Pacciûgo riuscì a fuggire e fece ritorno a Genova. Era sabato e la moglie si era recata, come sempre, al santuario a pregare. Quando Pacciûgo giunse, non trovò la moglie e chiese notizie ai vicini cercando di non farsi riconoscere. Ma una vecchina, avendo capito che l’uomo era Pacciûgo ed essendo stata sempre invidiosa dei due sposi, gli disse che Pacciûga tutti i sabati scompariva con la scusa di recarsi al santuario della Coronata a pregare, ma che in verità si incontrava con un uomo.

Sentendo ciò il marinaio fu colto da forte gelosia e senza esitazione si avviò verso Coronata; giunto a metà strada incontrò la moglie che nel vederlo e avendolo immediatamente riconosciuto gli corse incontro abbracciandolo e baciandolo. Pacciûga, asciugandosi poi le lacrime di felicità, iniziò a ringraziare la Madonna che aveva ascoltato le sue preghiere e disse al marito che il sabato seguente sarebbero andati tutti e due al santuario per ringraziarla.

Pacciûgo però non riusciva a togliersi di mente il tarlo della gelosia e così, il giorno dopo, propose alla moglie di fare una gita in barca a Cornigliano e quando furono al largo le domandò spiegazioni sul suo presunto tradimento. Pacciûga, che non si aspettava tale domanda dal marito, rimase un attimo in silenzio e Pacciûgo, interpretando il silenzio della moglie come ammissione di colpevolezza, fuori di sé, la colpì con un coltello e la gettò in mare.

Pacciûgo allora vogò verso riva e scese a Genova Sampierdarena, ma il rimorso per quanto aveva fatto lo perseguitava ed egli si recò al santuario di Coronata per chiedere perdono alla Madonna. Grande fu la meraviglia e la gioia di Pacciûgo quando, entrando in chiesa, vide la sua buona moglie, salva, in ginocchio davanti all’altare che pregava.

Capì allora che la Vergine aveva compiuto quel miracolo perché sapeva che Pacciûga gli era sempre stata fedele e così le corse incontro e la abbracciò con tutto il suo amore.

  • Pacciûgo e Pacciûga sono entrati a far parte della tradizione tanto che si ritrovano anche nelle maschere carnevalesche genovesi.
  • Ma Pacciugo è anche il nome di un delizioso gelato misto . Vi metto una immagine e se volete saperne di più potete trovare più informazioni nell’articolo dedicato che potete trovare nella sezione “cucina ligure”
  • L’uso del termine fare un pacciûgo a Genova è divenuto sinonimo di fare un pasticcio.

I ” GATTAFUIN” (RAVIOLI DEL LEVANTE FRITTI)

Le donne di diverse zone della costa del levante ligure compreso le donne delle “Cinque terre” andavano spesso a raccogliere erbe selvatiche miste (vedi anche mio articolo sul Prebuggiùn) Abilmente rintracciavano queste erbe nei più nascosti anfratti delle scoscese balze. Erbe come la “ratalégua“, il piscianlétu, u dente de leon ecc. erano ritenute fondamentali nella cucina ligure ma anche per prevenire e curare certi malanni.

Un piatto tradizionale particolarmente apprezzato e cucinato con queste erbe è il Gattafuin. L’associazione Sapori di Levanto, ha voluto registrare la denominazione, depositando il marchio Gattafin in quanto sostiene che il nome ha origine dalla raccolta di erbe selvatiche da parte dei lavoratori di una vecchia cava di pietra in località la gatta, nelle vicinanze di Levanto e utilizzate dalle loro mogli per preparare questo piatto, chiamato quindi “finezza della gatta” ovvero “Gattafin”.

Non solo quindi le donne a raccogliere erbe nei campi e nei muretti a secco ma anche gli uomini.

Una spiegazione più ricercata dell’etimologia fa risalire l’origine del nome a gattafura, parola trecentesca che indica rafioli e torte. Da oltre 500 anni in Liguria, e non solo, imprigioniamo le verdure tra due strati di pasta. Le torte di verdure hanno dato origine anche ai ravioli, che nel Rinascimento si consumavano fritti.

Se vi è venuta voglia di provare questa prelibatezza vi indico alcuni modi:

1) Leggere la ricetta, comperare gli ingredienti, procurarsi le erbe o nei campi o presso il Bezagnìn (fruttivendolo specializzato nei prodotti locali)

2) sedervi comodamente e degustarlo in un ristorante tipico di Levanto.

3) comperarla in un panificio specializzato di Levanto o del Levante Ligure.

Ecco gli ingredienti e la procedura:

300 gr di farina bianca, un bicchiere di vino bianco secco, 500 gr di Prebuggiùn (erbette di campo e volendo anche qualche bietola), 2 uova, 50 grammi di parmigiano reggiano grattuggiato, poca maggiorana (a scelta alcuni mettono un pizzico di noce moscata o pepe), sale, olio extra vergine di oliva

Realizzazione: Lessare la verdura. Scolarla, strizzarla e tritarla.

Fare la pasta con farina, olio, vino, sale e poca acqua quanto basta per avere una pasta consistente.

Amalgamare la verdura con la maggiorana, il formaggio e le uova.

Stendere la pasta sulla spianatoia e porvi, distanziati, dei cucchiai di farcitura, ripiegare la pasta sul ripieno e chiuderla lungo i bordi, tagliare lungo gli stessi con una rotella tagliapasta formando dei ravioloni a mezzaluna; comprimere con il palmo il ripieno e friggere in abbondante olio caldo.Versare un cucchiaio di ripieno in ognuno. Ripiegarli e chiuderli schiacciando gli orli con una forchetta.

Friggerli in olio caldo. Servirli caldi o tiepidi.

Mio suggerimento: ogni stagione offre le sue erbette. Quando la natura ci dona quelle che al palato risultano un pò più amare si può aggiungere oltre il parmigiano anche un po di ricotta.

Buon Appetito!

La notizia più antica e sicura dei falò a Camogli risale al 1885. Sono i quartieri di Pinetto, Rissuolo e forse anche una parte di Lazza, che in quei tempi accendevano i rovi sullo scoglio che si spiana sopra i “Tre fratelli”, sotto l’ultimo palazzo di Lazza. Ed è per questo che ancor oggi quello scoglio, anche se sempre più corroso dal mare, è chiamato “Foù”. Molti anni dopo sorse un altro falò, sempre in Lazza, ma nello slargo dietro alla fontanella, lato mare. Era il più piccolo ma anche il più ricco di tutti, in quanto, oltre alla questa che facevano tutti i ragazzi del quartiere, quelli di Lazza ricevevano alla vigilia ben cinque lire da Baciccin Ferrari (Scarpetta). Con quei soldi si potevano così acquistare dal fuochista di Recco (nel Vecchio Vastato) “fugai in cannetta”, “sicuri serve” (accesi vicino alle gambe delle donne più di una volta bruciavano qualche calza..) ed i “tric-trac”.

Nella frazione di Sant’Anna, sulla Via Romana, i ragazzi, dopo aver ben ripulito i fossati di sterpi e ramagie (come del resto facevamo tutti), accendevano, la vigilia della Santa, un bel mucchio di buschi dentro la “ca rutta” (casa rotta). E questo fino agli anni 20- 30. Poi tutto finì anche a causa delle nuove ville che erano sorte tutt’intorno. Dal 1920 al 1927 si faceva un falò anche nell’area del “Gasometro”; in quell’occasione il Comm. Riccobaldi dava cinque lire ai ragazzi. Da un vecchio pescatore ho anche saputo che verso il 1915 quelli di Fontanella accendevano un falò sugli scogli dell’ “Inferno”.

“Ninte pe u faù de San Fortunato?” Era questa la “canzone” che si recitava per farsi dare qualche dieci o al massimo cinquanta centesimi. Il tutto veniva infilato in una lattina rugginosa trovata in spiaggia, schiacciata sul fondo e con un taglio al coperchio. Ricordo che alle volte aprivamo il fondo dellalattina e ci usciva qualche centesimo per comprare il “sorbetto”. Al pomeriggio poi si andava al fossato con lunghe corde, quindi si attraversava Via Garibaldi portando i rovi e qualche alberello fino al Rivo Giorgio. Gli ambiti di influenza erano rigorosamente separati e i ragazzi di un quartiere non potevano sconfinare, per la questua, oltre la loro zona.. In caso contrario erano botte da orbi..

Verso il 1950 vedovo i falò ormai misti di rovi, vecchie cassapanche e sedie sgangherate dare più fiamma e durare di più ma mi rendevo conto che incominciava una nuova epoca fatta non più solo di “buschi”, ma, grazie al benessere, anche dei primi legni che uscivano dalle case e che una volta, invece, erano conservati gelosamente perché servivano per far fuoco nei fornelli.

Precisazione: scrivo in questo mio sito per gli apassionati di storia ligure che non possono comodamente raggiungere le nostre biblioteche. Il testo infatti è stato scritto da Mino Castrogiovanni e si trova nel libro Camogli Qui, Camogli Là – storia privata di una città (preparazione editoriale Barbara Schiaffino .) il libro è presente e consultabile con tante altre storie di Camogli presso la biblioteca del mare di Riva Trigoso.

Escursionismo consapevole?

Finito il grande caldo, (sulla costa ligure fino a metà settembre si riusciva a camminare solo nelle ore vicino al tramonto) molti escursionisti sono tornati a percorrere i bellissimi sentieri vista mare. Molti hanno pubblicato le loro foto contenti e fieri di aver passato una bella giornata.

Tantissimi e validi consigli si trovano da esperti del settore sull’attrezzatura necessaria, sull’allenamento che serve a seconda della difficoltà del sentiero, condizioni climatiche convalidate. Anche Wikipedia fornisce un buon chiarimento. Ci sono anche i paragrafri circa il rumore e l’impatto ambientale che l’escursionista provoca in ambiente e sono proprio i paragrafi che molti leggono con disattenzione e su cui o invece vorrei soffermarmi.

Wikipedia scrive:

a) RUMORE L’escursionista seriamente motivato deve avere rispetto dell’ambiente che attraversa, evitare di fare RUMORE , rispettare i sentieri, non manomettere la segnaletica, non lasciare rifiuti (che potranno essere compattati e trasportati fino a un cestino, o meglio ancora in un centro abitato a fondo valle). Non cogliere specie botaniche protette o molestare animali selvatici, accendere fuochi solamente in luogo adatto e con adeguata competenza, spegnerlo accuratamente prima della partenza, non gettare mozziconi di sigaretta o fazzoletti di carta. È tradizione tra gli escursionisti quella di salutarsi quando ci si incontra lungo un sentiero, oltreché, per quanto possibile, di aiutare altri escursionisti in difficoltà

b) Impatto ambientale

L’escursionismo esercita un impatto sull’ambiente naturale in cui viene praticato. L’effetto di massa di un alto numero di escursionisti può portare al degrado e all’impoverimento dell’ambiente, causato da approvvigionamento di legna per il fuoco[1], deiezioni, calpestio del suolo, uso (seppur necessario) di segnavia, inquinamento da rifiuti e inquinamento acustico, raccolta di minerali o fiori.[2] Inoltre, l’accensione di fuochi e i mozziconi di sigaretta sono spesso causa di incendi. Molti escursionisti seguono la filosofia del “Non Lasciare Tracce”, ovvero far sì che ogni futuro escursionista non si accorga del passaggio di precedenti persone. Tale filosofia si compone di regole ben precise rispetto a smaltimento dei rifiuti, imballaggi alimentari e rispetto dell’ambiente.

Spero ardentemente che chi va in natura riesca a regalare all’ambiente ancora più di quello che l’ambiente regala a noi, perchè quando viviamo nell’amore riceviamo amore.

Lo yogurt colato della Val D’Aveto

Tutte le volte che salgo il valle mi fermo al caseificio a prendermi una bella coppetta di gelato preparato con yogurt colato e nonostante sia golosissima di cioccolato finisco sempre per farmelo guarnire con i la mousse di lamponi o mirtilli della Val D’Aveto!!!

Ma oggi finalmente, vista la grande richiesta, questa specialità si può trovare anche nelle migliori gelaterie del #levanteligure e del #tigullio.

La scelta della guarnitura nel caseificio è notevole (alla frutta lo puoi avere con frutti di bosco, i mirtilli, i lamponi, le albicocche o le ciliegie oppure se sei amante delle creme ci sono quelle alla nocciola, al cioccolato o al pistacchio ma se lo ami pure allora devi scegliere il bianco

Ora però veniamo a scoprire le caratteristiche di questo prodotto unico nella provincia di Genova.

a) Raccolta del latte crudo intero delle valli del parco.

la prima fase prevede la selezione della materia prima: il latte. Questo viene volutamente lasciato intero, tal quale come munto, e viene raccolto solo dalle stalle delle valli del parco. In questo modo si promuove l’allevamento sostenibile che rispetta determinati parametri ambientali e di benessere animale.

b) pastorizzazione del latte intero

il latte intero viene successivamente sottoposto a pastorizzazione, procedimento che consiste nel portare rapidamente la sostanza ad alte temperature, in modo da distruggere tutti i microrganismi patogeni presenti nell’alimento e da mantenere pressoché inalterato le qualità del prodotto originale,

c) raffreddamento del latte a bagnomaria

questa fase prevede il raffreddamento a bagnomaria, in modo da sfavorire la proliferazione dei microorganismi rimanenti. Questo passaggio è fondamentale: racchiude la tradizione d la conoscenza della materia prima e custodisce il piccolo segreto del caseificio.

d) aggiunta dei fermenti e il riposo

una volta raffreddato, il latte viene inoculato con i fermenti lattici e lasciato riposare per circa 5 ore. l’aggiunta di questi particolari ceppi microbici determinano profondi cambiamenti nella composizione chimica, fisica e nutrizionale del latte: ne modifica il gusto e le caratteristiche, trasformandolo dallo stato liquido al classico aspetto denso dello yogurt.

e) la colatura.

Dopo la fase di fermentazione, lo yogurt, viene estratto e sottoposto al processo di colatura: adagiato su letti di sgrondo inclinati, viene lasciato colare molto lentamente per molte ore, circa 15/16 a freddo ad una temperatura di 4° per permettergli di perdere circa la metà del siero acquoso e di acquisire la sua consistenza densa e cremosa.

f)) il confezionamento

una volta pronto, lo yogurt viene confezionato senza l’aggiunta di alcun additivo chimico, conservante, pana, zucchero o addensante, nei vasetti trasparenti che mostrano la sua bianca cremosità con sopra adagiate la frutta o le creme. La chiusura ermetica con capsula di alluminio e ulteriore tappo salva aroma mantiene intatta la sua fragranza degli ingredienti, il tutto a temperatura controllata.

Tornando dalla bella avventura al lago con il gruppo mi sono fermata al caseificio e abbiamo trovato la novità di quest’anno: l’international Taste Institute di Bruxelles, ente mondiale nella valutazione e nella certificazione di alimenti, ha premiato con il punteggio massimo delle tre stelle d’oro lo yogurt colato nelle varianti pistacchio, Bianco, Arancia e Zenzero, e con due stelle la variante mirtillo nero.

#escursionilevanteligure, #guidambientaleescursionistica, #caterinacogorno, #ligurianonsolomare, ti porta non solo a camminare nei luoghi più meravigliosi della Liguria ma a scoprire le sue tradizioni culturali, enogastronomiche, folcloristiche.

Vi aspetto per la prossima avventura.

Armonia

“Noi oggi tendiamo a dimenticare che l’anima non è solo dentro di noi, ma anche fuori di noi. E quando siamo in un giardino … si manifesta qualcosa dell'”anima mundi”.

L’Anima del Mondo si rende visibile e, anzi, si mette in mostra.

L’armonia di un individuo con il proprio sé profondo richiede non solo un viaggio verso l’interno, ma un’armonizzazione con il mondo ambientale.”

(James Jilmann)

buon ascolto

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Tu chiamale se vuoi…fusioni. interrelazioni, intese !!!

Ecco il breve riassunto di due giornate indimenticabili immersi nella bellissima Val di Nure laddove le province di Parma, Genova e Piacenza si immergono contemporaneamente in un territorio molto naturale grazie ala scarsa antropizzazione e lontananza dai primi centri abitati (#SantoStefanoD’aveto e Ferriere). Le vette del #Montenero, del #MonteRagola, e il #LagoNero testimoniano in maniera evidente l’origine glaciale della vallata. In questa splendida area protetta abbiamo attraversesato prati sommitali, altopiani ofiolitici e floride torbiere per giungere finalmente ad ammirare il lago e le sue #ninfee. 🌼🌼🌼

Ma quello che voglio soprattutto evidenziare in questo breve testo e con le foto, è il sentimento che ha pervaso ognuno di noi. Questo flusso emotivo, che è stato per alcuni simile e per altri diverso e non può essere facilmente compreso se non vivendolo attimo dopo attimo. Emozioni  infatti che sono qualcosa di profondamente personale. Momenti vissuti in simbiosi con la natura, vere e proprie fusioni , intese,  interrrelazioni e finalmente collaborazioni e cooperazione con la natura . Finalmente,, si dico finalmente e spero questo continui sempre più in avvenire. Perché la natura siamo noi e noi non possiamo sfruttare la natura e di conseguenza sfruttare noi stessi.

Ecco quindi alcune foto “MIMETICHE” . Ecco un vero e proprio Happy Trekking !!!

Saccarello: la vetta più alta di Liguria che sa regalare emozioni di Alta Montagna

Si può gustare la montagna in tanti modi. Il nostro è stato quello di viverla a passo lento per questo siamo stati in valle due intere giornate. Abbiamo vissuto anche i suoi contrasti come per esempio il calore sulla pelle del sole battente e la freschezza della pioggia. Poi entrati nel rifugio un temporale che ci permesso di valorizzare lo splendido camino e ci ha reso la consapevolezza di quanto sono importanti le persone che portano avanti queste piccole realtà locali con tanta passione e buona volontà. Poi il tramonto, poi un’ottima cena a base di prodotti a km zero, poi le risate dopocena, poi l’alba, poi le fioriture, poi la vetta, poi i pascoli, poi, poi, poi, poi, si potrebbe non finire mai. Ma le parole sono inutili.

Ecco qualche foto.