Escursionismo consapevole?

Finito il grande caldo, (sulla costa ligure fino a metà settembre si riusciva a camminare solo nelle ore vicino al tramonto) molti escursionisti sono tornati a percorrere i bellissimi sentieri vista mare. Molti hanno pubblicato le loro foto contenti e fieri di aver passato una bella giornata.

Tantissimi e validi consigli si trovano da esperti del settore sull’attrezzatura necessaria, sull’allenamento che serve a seconda della difficoltà del sentiero, condizioni climatiche convalidate. Anche Wikipedia fornisce un buon chiarimento. Ci sono anche i paragrafri circa il rumore e l’impatto ambientale che l’escursionista provoca in ambiente e sono proprio i paragrafi che molti leggono con disattenzione e su cui o invece vorrei soffermarmi.

Wikipedia scrive:

a) RUMORE L’escursionista seriamente motivato deve avere rispetto dell’ambiente che attraversa, evitare di fare RUMORE , rispettare i sentieri, non manomettere la segnaletica, non lasciare rifiuti (che potranno essere compattati e trasportati fino a un cestino, o meglio ancora in un centro abitato a fondo valle). Non cogliere specie botaniche protette o molestare animali selvatici, accendere fuochi solamente in luogo adatto e con adeguata competenza, spegnerlo accuratamente prima della partenza, non gettare mozziconi di sigaretta o fazzoletti di carta. È tradizione tra gli escursionisti quella di salutarsi quando ci si incontra lungo un sentiero, oltreché, per quanto possibile, di aiutare altri escursionisti in difficoltà

b) Impatto ambientale

L’escursionismo esercita un impatto sull’ambiente naturale in cui viene praticato. L’effetto di massa di un alto numero di escursionisti può portare al degrado e all’impoverimento dell’ambiente, causato da approvvigionamento di legna per il fuoco[1], deiezioni, calpestio del suolo, uso (seppur necessario) di segnavia, inquinamento da rifiuti e inquinamento acustico, raccolta di minerali o fiori.[2] Inoltre, l’accensione di fuochi e i mozziconi di sigaretta sono spesso causa di incendi. Molti escursionisti seguono la filosofia del “Non Lasciare Tracce”, ovvero far sì che ogni futuro escursionista non si accorga del passaggio di precedenti persone. Tale filosofia si compone di regole ben precise rispetto a smaltimento dei rifiuti, imballaggi alimentari e rispetto dell’ambiente.

Spero ardentemente che chi va in natura riesca a regalare all’ambiente ancora più di quello che l’ambiente regala a noi, perchè quando viviamo nell’amore riceviamo amore.

Lo yogurt colato della Val D’Aveto

Tutte le volte che salgo il valle mi fermo al caseificio a prendermi una bella coppetta di gelato preparato con yogurt colato e nonostante sia golosissima di cioccolato finisco sempre per farmelo guarnire con i la mousse di lamponi o mirtilli della Val D’Aveto!!!

Ma oggi finalmente, vista la grande richiesta, questa specialità si può trovare anche nelle migliori gelaterie del #levanteligure e del #tigullio.

La scelta della guarnitura nel caseificio è notevole (alla frutta lo puoi avere con frutti di bosco, i mirtilli, i lamponi, le albicocche o le ciliegie oppure se sei amante delle creme ci sono quelle alla nocciola, al cioccolato o al pistacchio ma se lo ami pure allora devi scegliere il bianco

Ora però veniamo a scoprire le caratteristiche di questo prodotto unico nella provincia di Genova.

a) Raccolta del latte crudo intero delle valli del parco.

la prima fase prevede la selezione della materia prima: il latte. Questo viene volutamente lasciato intero, tal quale come munto, e viene raccolto solo dalle stalle delle valli del parco. In questo modo si promuove l’allevamento sostenibile che rispetta determinati parametri ambientali e di benessere animale.

b) pastorizzazione del latte intero

il latte intero viene successivamente sottoposto a pastorizzazione, procedimento che consiste nel portare rapidamente la sostanza ad alte temperature, in modo da distruggere tutti i microrganismi patogeni presenti nell’alimento e da mantenere pressoché inalterato le qualità del prodotto originale,

c) raffreddamento del latte a bagnomaria

questa fase prevede il raffreddamento a bagnomaria, in modo da sfavorire la proliferazione dei microorganismi rimanenti. Questo passaggio è fondamentale: racchiude la tradizione d la conoscenza della materia prima e custodisce il piccolo segreto del caseificio.

d) aggiunta dei fermenti e il riposo

una volta raffreddato, il latte viene inoculato con i fermenti lattici e lasciato riposare per circa 5 ore. l’aggiunta di questi particolari ceppi microbici determinano profondi cambiamenti nella composizione chimica, fisica e nutrizionale del latte: ne modifica il gusto e le caratteristiche, trasformandolo dallo stato liquido al classico aspetto denso dello yogurt.

e) la colatura.

Dopo la fase di fermentazione, lo yogurt, viene estratto e sottoposto al processo di colatura: adagiato su letti di sgrondo inclinati, viene lasciato colare molto lentamente per molte ore, circa 15/16 a freddo ad una temperatura di 4° per permettergli di perdere circa la metà del siero acquoso e di acquisire la sua consistenza densa e cremosa.

f)) il confezionamento

una volta pronto, lo yogurt viene confezionato senza l’aggiunta di alcun additivo chimico, conservante, pana, zucchero o addensante, nei vasetti trasparenti che mostrano la sua bianca cremosità con sopra adagiate la frutta o le creme. La chiusura ermetica con capsula di alluminio e ulteriore tappo salva aroma mantiene intatta la sua fragranza degli ingredienti, il tutto a temperatura controllata.

Tornando dalla bella avventura al lago con il gruppo mi sono fermata al caseificio e abbiamo trovato la novità di quest’anno: l’international Taste Institute di Bruxelles, ente mondiale nella valutazione e nella certificazione di alimenti, ha premiato con il punteggio massimo delle tre stelle d’oro lo yogurt colato nelle varianti pistacchio, Bianco, Arancia e Zenzero, e con due stelle la variante mirtillo nero.

#escursionilevanteligure, #guidambientaleescursionistica, #caterinacogorno, #ligurianonsolomare, ti porta non solo a camminare nei luoghi più meravigliosi della Liguria ma a scoprire le sue tradizioni culturali, enogastronomiche, folcloristiche.

Vi aspetto per la prossima avventura.

Armonia

“Noi oggi tendiamo a dimenticare che l’anima non è solo dentro di noi, ma anche fuori di noi. E quando siamo in un giardino … si manifesta qualcosa dell'”anima mundi”.

L’Anima del Mondo si rende visibile e, anzi, si mette in mostra.

L’armonia di un individuo con il proprio sé profondo richiede non solo un viaggio verso l’interno, ma un’armonizzazione con il mondo ambientale.”

(James Jilmann)

buon ascolto

https://www.facebook.com/100003708106151/videos/pcb.2952766531523588/732890818592981

Tu chiamale se vuoi…fusioni. interrelazioni, intese !!!

Ecco il breve riassunto di due giornate indimenticabili immersi nella bellissima Val di Nure laddove le province di Parma, Genova e Piacenza si immergono contemporaneamente in un territorio molto naturale grazie ala scarsa antropizzazione e lontananza dai primi centri abitati (#SantoStefanoD’aveto e Ferriere). Le vette del #Montenero, del #MonteRagola, e il #LagoNero testimoniano in maniera evidente l’origine glaciale della vallata. In questa splendida area protetta abbiamo attraversesato prati sommitali, altopiani ofiolitici e floride torbiere per giungere finalmente ad ammirare il lago e le sue #ninfee🌼🌼🌼

Ma quello che voglio soprattutto evidenziare in questo breve testo e con le foto, è il sentimento che ha pervaso ognuno di noi. Questo flusso emotivo, che è stato per alcuni simile e per altri diverso e non può essere facilmente compreso se non vivendolo attimo dopo attimo. Emozioni  infatti che sono qualcosa di profondamente personale. Momenti vissuti in simbiosi con la natura, vere e proprie fusioni , intese,  interrrelazioni e finalmente collaborazioni e cooperazione con la natura . Finalmente,, si dico finalmente e spero questo continui sempre più in avvenire. Perché la natura siamo noi e noi non possiamo sfruttare la natura e di conseguenza sfruttare noi stessi.

Ecco quindi alcune foto “MIMETICHE” . Ecco un vero e proprio Happy Trekking !!!

Saccarello: la vetta più alta di Liguria che sa regalare emozioni di Alta Montagna

Si può gustare la montagna in tanti modi. Il nostro è stato quello di viverla a passo lento per questo siamo stati in valle due intere giornate. Abbiamo vissuto anche i suoi contrasti come per esempio il calore sulla pelle del sole battente e la freschezza della pioggia. Poi entrati nel rifugio un temporale che ci permesso di valorizzare lo splendido camino e ci ha reso la consapevolezza di quanto sono importanti le persone che portano avanti queste piccole realtà locali con tanta passione e buona volontà. Poi il tramonto, poi un’ottima cena a base di prodotti a km zero, poi le risate dopocena, poi l’alba, poi le fioriture, poi la vetta, poi i pascoli, poi, poi, poi, poi, si potrebbe non finire mai. Ma le parole sono inutili.

Ecco qualche foto.

Sestri Levante – Liguria- Italia

Questo è quello che ha scritto mia figlia, specialista in massaggi e insegnante di yoga, quando ha pubblicizzato la sua idea di far scoprire il suo amato territorio dal lato anche salutare e non solo mondano a chi, come lei, ama prendersi cura del proprio corpo fisico e spirituale:

” Immagina di svegliarti in una bellissima villa all’italiana, situata in una  scogliera di fronte al mare. Mentre la luce del sole del mattino ti sveglia dolcemente, cammini a piedi nudi nell’erba fresca e verde del tuo giardino privato e ti godi la vista mozzafiato sul Mar Mediterraneo proprio di fronte. Prepari il tuo tappetino per iniziare lezione di yoga mattutina, circondato da persone felici di partecipare a questa esperienza, ti piace muovere il tuo corpo all’aria aperta nel giardino dove non si sente altro che il suono delle onde e degli uccelli del giardino. Dopo un brunch sano sarai guidato in splendidi sentieri escursionistici alla scoperta delle gemme nascoste del paesaggio ligure. Terminerai la giornata con una lezione di yoga lenta e ristoratrice al tramonto prima di un delizioso pasto tipico ligure. Unisciti a noi per vivere questo sogno e scoprire la gioia di essere!”

Elaborato il tutto ha poi chiesto la mia collaborazione, essendo io guida ambientale escursionistica ed anche conduttrice di immersioni in foresta , affinchè accompagnassi le persone lungo i sentieri che costeggiano il mare e sono stata ben felice di rendermi utile.

E’ stata una esperienza che ha portato gioia, serenità, sorrisi, colore dentro l’anima, silenzi anche alle persone che hanno collaborato anche regalando un’ora del loro tempo e che non erano avezze a certe attività. La passione di mia figlia e delle sue amiche hanno fatto sparire ogni traccia di sentimento di invidia, vendetta, ira, stress o malumore, che per mille motivi anche nelle persone più serene ogni tanto si accende.

Ma ora non aggiungo altro. Inserisco solo qualche foto che parla da sola . Grazie Laura.!

Ciao

Namastè

Privjet

Xin chào

Ni hao

Hallo

Salut

Hola

Olà

e alla prossima occasione.

DOTTORESSA NATURA

La Natura offre un’esperienza multisensoriale: stimola il cervello, favorisce le emozioni positive, potenzia la memoria e promuove la creatività. Oltre a combattere lo stress e ad avere effetti benefici sulla salute mentale. E non solo. Tanto che oggi si parla sempre più spesso di Nature Based Therapy. Un esempio? I dati che emergono da una ricerca interdisciplinare, che coinvolge specialisti diversi, avviata dal laboratorio di Neuroscienze ambientali dell’Università di Chicago, rivelano che anche una breve interazione con un ambiente naturale può migliorare memoria e attenzione del 20%.

Anche in Italia i ricercatori stanno cominciando a interessarsi a questi temi, come spiega Valeria Vitale, ricercatrice presso il dipartimento di Psicologia sociale dell’Università di Roma la Sapienza: “Sappiamo che il processo di urbanizzazione comporta una serie di rischi per la salute psicologica e fisica – dice -. Pensiamo all’inquinamento, atmosferico e anche sonoro, all’irritabilità legata all’affollamento, all’urbanizzazione che limita gli spazi naturali e compromette la coerenza visiva dell’ambiente con edifici sempre più alti”.

Tanto che si sta affermando il cosiddetto Biophilic Design, con l’obiettivo di inserire elementi naturali negli edifici urbani e nei luoghi di cura. E nascono percorsi transdisciplinari come l’Ecopsicologia, dedicata alla connessione tra la salute degli individui e quella dell’ecosistema. In sostanza, i risultati confermano gli effetti benefici della Natura su bambini e ragazzi. Effetti a volte legati ad ambienti specifici, come i boschi, ma anche gli specchi d’acqua, importanti sul piano estetico, simbolico ma anche evolutivo.

(Dall’inserto “Salute” di Repubblica del 26 gennaio 2023. Testo di Paola Emilia Cicerone.

I FIORI IN LIGURIA

C’erano fiori giorno e notte, per ogni occasione del giorno e della notte. Di giorno spesso venivano usati come omaggi floreali e spesso anche portati in piazza del Ferrari a Genova per ringraziamento di un dono ricevuto o per farsi perdonare un peccato o semplicemente per abbellire la piazza. Di  notte per i balli , per i misteriosi appuntamenti usati  come separè dei caffè alla moda o per i palchi dorati dei teatri. I fiori venivano raccolti in mazzi compatti, li costruivano attorno ad un manico di scopa tenuto in grembo. Girando lentamente il bastone  via via si legavano fiori di qualità e di colore diverso quasi a comporre un tappeto, poi attorno un pizzo e le carnose foglie di nespolo che facevano da supporto, Si levava il bastone, si legavano i gambi ed il mazzo era pronto per far arrossire di gioia o di vergogna qualche timida fanciulla. La coltivazione dei fiori a Genova e in Liguria, c’e sempre stata,  fiori sono nati con l’uomo e forse prima dell’uomo. Ci sono libri del 400 che parlano di invio di rose, di garofani, per esempio ad un matrimonio principesco a Mantova. Le località dove si coltivavano e si raccoglievano era Quarto, la lunga dolce collina distesa sul mare. Ma l’industria è nata quando l’uomo ha imparato a dominare le leggi della natura ed a costruire fiori diversi, scegliendo forma, colore, momento della fioritura. C’è stato un tempo a fine 800 che da Genova partivano camelie per tutta Europa, persino a Mosca. Fiori recisi senza gambo, chiusi raccolti in scatolette di cartone, viaggiavano come sigari a portar gioia alle signore. Intanto a Nizza il poeta francese Karr, un giorno per far cosa bizzarra fa un mazzo di rose e le manda in diligenza a Parigi ad una sua amica, Le rose arrivano bene, sono bell, piacciono. Tutte le amiche chiedono fiori; i primi partono in omaggio e poi si incomincia a venderli. E così nasce a Ponente la grande industria del fiore reciso. Lo stesso Karr un giorno, va dal Santinetto, un agricoltore di Ospedaletti, e gli propone di mettere nelle sue fasce piante di rose, in Paese cominciarono a prenderlo in giro: “O Santinetto o cianta e reuse! . O Santinetto o cianta e reuse !- 

  • “Ma come faccio a piantarle, mi pigliano in giro?” –
  • – “Tu piantale, ci penso io. Quando ci sono i fiori vengo io e me li proto in Francia, Faccio tutto io”.
  • E così è stato. Sono venute le piante, sono venuti i fiori, è venuto Karr a prendere i fiori ed alla fine dell’annata ha dato al Santinetto cento lire. Un biglietto da cento!. Da quelle parti, a quei tempi non ne avevano mai visto. Quel biglietto a fatto il giro del paese. L’anno dopo erano  tutte rose.
  • Se la rosa è la regina della floricultura, il garofano è il re. La coltura è nata con il perfezionamento del garofano rifiorente “Remontan” realizzato nel 1832 a Lione da Dalmè. Fiore ricco, pieno, ma soprattutto forte di gambo e forte di petali che durino brillanti in una casa. Questi garofani hanno trovato il buon terreno, sempre nella spinta del Karr, a Sanremo, dove con ibridazioni pazienti e costanti si è fatto del garofano una industria nazionale, Ti dico una cosa, e vale per tutti i fiori, i coltivatori per avere i fori pronti quando occorre, per esempio a Santi, a Natale, devono opportunamente studiare le potature, Se tu poti a settembre hai fiori a novembre, se tu poti a mezzo settembre hai fiori a Natale, e cosi via. Il tempo di fioritura è dominato dalla potatura.

Mentre a ponente prendeva consistenza la cogitazione del fiore reciso, a Genova e a Nervi nei parchi delle grandi ville signorili, si facevano le prime scoperte sulle piante e sui fiori esotici. A ponente arrivavano i fiori della Francia, a Genova arrivavano via mare dalla Cina, dal Giappone, dall’Africa, e si facevano gli esperimenti. Un giorno un seme messo nella serra dei Pallavicini ha tirato fuori una pianta lunga tre metri con le foglie larghe e robuste che voleva ancora salire, ma la terra era massa, e il giardiniere l’ha portata di fuori. Ha fatto strani fiori e poi frutti dolcissimi, era il padre di tutte le piante di nespole del Giappone che ci sono in Italia e in Europa. Ma la scelta più importante è stata l’orchidea il fiore più affascinante della nostra terra dove nei prati ne trovi centinaia di qualità ma quelle che sono venute dall’ariente nelle sedi dei grandi parchi  nobiliari risultavano più grandi e  quindi più facili da mettere in mostra anche nelle case. Chiavari diventa la capitale delle orchidee. I due terzi della popolazione nazionale viene dalle nostre serre i nostri agricoltori sono all’avanguardia anche per le ibridazioni, hanno ibridi pregevoli registrati al Royal  Orticultural Society di Londra, una specie di banca dei brevetti. C’è chi ha detto i Liguri contadini vista mare, ma questo amore per i fiori è una cosa straordinaria. Qui da noi, e tu lo sai, la terra è poca, lavorarla è fatica, non puoi portare macchine, attrezzature moderne, ed ecco che l’uomo ha scelto il fiore, che non vuole forza fisica ma intelligenza, sagacità: ed ha fatto del fiore e della pianta una grande industria. E sai cosa aggiungo, che se si dovesse parlare di metempsicosi, è un discorso difficile de da grandi, cioè il rinnovare la propria presenza sull’ terra dopo la more, il Ligure, scoperto che il fiore vive una sua vita autonoma, le orchidee hanno già tutte un loro nome , lo sceglierebbero come termine finale d’un possessivo ritorno, Chi non può mangiarne di questa terra,  ne vuol diventarne parte, ne vuol essere seme, per diventare il fiore più bello da ricevere sguardi desiosi e carezze di sole. Quindi quanto tu passi e vedi queste grandi serre coperte di vetri, a volte i vetri sono bianchi di calce perché il sole non passi troppo violento, guardale con attenzione, là sotto la natura compone i suoi disegni più belli, usando colori che poi l’uomo si ingegna a copiare. Ciao.

Tratto dal libro : La LIGURIA IN UN LIBRO  – biblioteca delle regioni 2/84 .

L’ALBERO  DELLA VITA DEL BAHREIN

L’albero della vita del Bahrein (Shajarat al-.Hayat) è un albero solitario.

Il Bahrein è un minuscolo arcipelago del Golfo Persico, posto fra l’Arabia Saudita e la penisola del Qatar. Questo antico albero, uno dei più misteriosi ed affascinanti conosciuti, alto circa 10 metri, cresce maestosamente su una collina sabbiosa, completamente isolato nel mezzo della zona desertica dell’isola principale del Bahrein. Nonostante questa pianta sia conosciuta da secoli e moltissime siano le leggende che la riguardano, dal punto di vista scientifico si sa pochissimo. I fatti non sono molti. L’albero, il cui nome deriva dalla credenza popolare che si tratti dell’originale albero della vita raccontato nella Genesi – da non confondere con il molto più famoso e gravido di conseguenze per l’umanità  albero della conoscenza del bene e del male – si trova descritto come appartenente a molte specie differenti. Purtroppo non essendoci alcuna pubblicazione scientifica dedicata, le conoscenze su questa pianta che avrebbe, al contrario, tantissimo da insegnare sono poche e spesso confuse.

Fino a non tanto tempo fa, qualunque ricerca si tentasse sull’albero del Bahrein si finiva prima o poi per inceppare in una fantomatica ricerca effettuata in collaborazione con lo Smithsonian, che riportava per questa pianta un’età di circa 500 anni. Non riuscendo a trovare alcuna prova certa riguardante una qualunque pubblicazione dello smithsonian a proposito di questo albero, qualche mese fa mi sono deciso a chiedere lumi direttamente al museo. Sena fortuna. L’impiegata cui mi sono rivolto mi ha gentilmente risposto che non era riuscita a trovare alcuna citazione dell’albero fra le  ricerche effettuate dal museo. Una situazione incerta, quindi e senza fonti sicure cui fare riferimento se non quelle fornite dal governo stesso del Bahrein, in quale, intuito il potenziale, soprattutto turistico, che quest’albero poteva avere, anni fa inizio una affidabile serie di analisi. I risultati di questi studi sono affascinanti quanto le leggende che circondano l’albero. Primo l’età: l’albero sembrerebbe sopravvivere in pieno deserto dalla metà del Cinquecento, il che ne farebbe di gran lunga il decano di tutti gli alberi solitari del mondo e, quindi, quello che meglio è riuscito ad adattarsi alle avverse condizioni del suo ambiente. Secondo , la specie: oggi sappiamo con certezza che l’albero della vita del Bahrein è una Prosopis juliflora, un albero originario del Messico e del Sudamerica, tipico di aree calde, secche e salate dove poche altre specie sono in grado di sopravvivere. Grazie alla sua radice fittonante che può raggiungere profondità incredibili, alle foglioline piccole e composte che permettono di dissipare molto efficacemente il calore in eccesso e di limitare la perdita d’acqua, alla capacità di fissare azoto in virtù della simbiosi che intrattiene con batteri azoto fissatori, e infine grazie alla sua intrinseca capacità di resistere al acqua con alte concentrazioni saline  la sola acqua che eventualmente le sue radici possono trovare ad alta profondità nel suolo del deserto – questo albero è costruito per sopravvivere nelle condizioni più difficili immaginabili per una pianta.

Non basta. Neanche un fuoriclasse dei climi estremi come la Prosopis potrebbe sopravvivere in pieno deserto per cinque secoli senza mettere in atto qualche altro trucco. Nel 2010, il governo del Bahrein iniziò un a campagna di scavi archeologici nella zona immediatamente prospiciente l’albero della vita scoprendo i resti di un villaggio attivo probabilmente fino alla metà del XVIII secolo, provvisto  di un pozzo molti vicino alla sede dell’albero. Questo significava che era stato piantato appositamente lì e che nei secoli, anche dopo il definitivo abbandono del villaggio, era riuscito a seguire con le sue radici profonde la falda. Ecco spiegato da dove proveniva l’acqua che ne permetteva la sopravvivenza.

Rimaneva un ultimo piccolo ma affascinante mistero: come aveva fatto una specie originaria delle Americhe ad arrivare nel  bel mezzo del deserto del Bahrein, dall’altra parte del mondo, soltanto poche decine d’anni dopo la scoperta del continente americano? La via più probabile sembra essere attraverso i portoghesi che conquistarono le isole nel 1521 e vi rimasero fino al 1602, anno in cui l’arcipelago divenne un dominio della Persia. Durante questi anni di dominazione portoghese, delle piante di Prosopis juliflora dovettero arrivare li grazie all’intuizione di qualche botanico  portoghese che ne intuì la possibilità di adattamento in quegli ambienti simili a quelli originari. Di quel nucleo di piante l’albero della vita è l’unico sopravvissuto. Qualunque siano state le peripezie che hanno portato l’albero della vita fino al Bahrein, rimane la straordinaria impresa di questa singola pianta che dalle lontane Americhe è riuscita a svilupparsi e  prosperare conservandosi per mezzo millennio in un ambiente ostile, emblema vivente della capacità di adattamento delle piante e della loro abilità nel risolvere brillantemente anche i problemi più ardui legati alla sopravvivenza.

tratto dal libro: L’incredibile viaggio delle piante di Stefano Mancuso editori Laterza prima edizione 2018

Oggi

Secondo le credenze popolari, l’albero è stato piantato qui nel 1583 per indicare il luogo in cui in origine sorgeva il Paradiso Terrestre. Proprio da questa terra sarebbe prosperato fino ai giorni d’oggi, con tutta la simbologia e il misero che lo avvolgono.

Lo spettacolo che si apre ai migliaia di turisti che giungono fin qui ogni anno, è molto suggestivo e quasi mistico. Oggi un recinto in ferro ne circonda la base, impedendo così ai visitatori di avvicinarsi troppo. Tuttavia, vista la grande estensione dei rami è ancora possibile sedersi sotto la sua ombra e godere della sua frescura.

Il Presepe sulla collina delle Cinque Terre

“Era il 1961 quando mio padre, in punto di morte, mi chiese di ripristinare una croce che sorgeva in cima al colle di famiglia. Sistemata la croce, ho avuto l’idea di illuminarla con una batteria per auto. Poi non mi sono più fermato”.

Queste sono le prime  parole di Mario Andreoli che diceva durante le mille interviste.

Mario per allestire la collina era partito da semplici elementi poi sono arrivate la capanna e la stella. Nel tempo ha saputo inventare decine e decine di personaggi, restando ancorato alla realtà. Nel suo presepe sono presenti sempre richiami a tante fasi storiche: le scritte pax e pace in un mondo sempre in guerra, il ricordo della strage per il crollo del Ponte Morandi di Genova, gli anni del Covid con una figura dedicata all’impegno del personale sanitario e anche le figure classiche del presepe di Giuseppe, Maria, Gesù, l’asinello, il bue, le pecorelle,  i pastori ma anche le barche e i pesci a simboleggiare con le immagini quello che è Manarola: la sua terra.

Tutte le figure che si possono osservare,  ogni sera dopo il tramonto a partire  dal giorno 8 dicembre di ogni anno fino  alla fine di gennaio,   sono realizzate con materiali di scarto nel rispetto dell’ambiente. L’allestimento è cresciuto sempre di più e nel 2007 vinse il Guinnes dei primati perché ritenuto il presepe più grande del mondo. Nel tempo per aiutarlo molti compaesani e amici lo hanno sostenuto costituendosi nell’Associazione Presepe di Manarola Mario Andreoli. Il giorno 8 dicembre però non ci sono solo le figurine statiche ma il presepe diventa anche vivente con i bambini, che coadiuvati dal Cai percorrono parte della collina con le loro fiaccole accese e regalano un momento di  inestimabile valore a chi ha la fortuna di poter presenziare all’accensione. Moltissimi sono i turisti che vogliono unirsi alla forte emozione che questo evento provoca in Mario e in tutti i suoi amici e compaesani.  I suoi amici  si sentivano onorati di stare al suo fianco e sempre  volenterosi di immagazzinare nel loro animo il suo spirito e la sua passione.  Quando tutti i turisti correvano in stazione per prendere il treno o rientrare verso le proprie case con auto o bus la festa non finiva anzi Mario insieme ai compaesani continuavano la tradizione in cantina assaporando il vino prodotto con tanto sacrificio in quelle colline  aride e scoscese


Purtroppo Mario è deceduto il 22 dicembre 2022 all’età di 94 anni , Mario sarà sempre ricordato come un ferroviere ma soprattutto come inventore dello storico presepe luminoso  e da questo giorno in avanti  mantenere questa  bellissima tradizione spetterà agli amici più fidati di Mario Andreoli.