Eventi e Sfilate del Carnevale in Liguria

Carnevale in Liguria: sfilata con carri colorati e decorazioni a tema, persone in costume tra la folla, atmosfera festosa.

Il Carnevale in Liguria ha una lunga e affascinante tradizione, ricca di danze, cortei e celebrazioni che riflettono la cultura e la storia della città. Durante questo periodo festivo, le strade di Genova si animavano con danze come la Rionda e la Moresca, che non solo intrattenevano i partecipanti, ma rappresentavano anche rituali sociali e culturali.

La Rionda, con il suo girotondo attorno ai falò, creava un’atmosfera di comunità e calore, mentre la Moresca, con i suoi inchini e giochi d’arme, evocava un senso di competizione e spettacolo. Le danze tradizionali come le Gighe e il Perigodin, legate al mondo dei pescatori, mostrano l’importanza del mare e della pesca nella vita genovese.

Con il passare dei secoli, il Carnevale in Liguria, si evolve e si sposta dai festeggiamenti popolari ai palazzi nobiliari, riflettendo i cambiamenti sociali e culturali. I Carrossèzzi, introdotti alla fine del Cinquecento, rappresentano una nuova forma di celebrazione, con i cortei che si snodano attraverso le vie principali della città. L’uso di festoni e lanternette crea un’atmosfera magica e festiva, coinvolgendo tanto i nobili quanto il popolo.

L’800 segna un momento di grande vivacità per il Carnevale in Liguria, con eventi come il Festone dei Giustiniani, che attirano molti partecipanti. L’introduzione dei carrettini negli anni ’20 del ‘900 aggiunge un elemento di innovazione e divertimento, con gli studenti universitari che si sfidano in discese adrenaliniche.

In sintesi, il Carnevale in Liguria è una celebrazione ricca di storia e tradizione, che continua a evolversi e a riflettere l’identità della città, unendo passato e presente in un festoso abbraccio.

Carnevale di Savona

E’ conosciuto per l’investitura del Re del Carnevale, la figura di Sua Maestà Cicciolin, maschera tipica della città, tra carri e colori, Insieme ad altre maschere tipiche, il Carnevale di Savona è fatto di sfilate e feste per tutto il periodo del Carnevale.

Le manifestazioni più importanti e conosciute

Carnevale di Diano Marina

Diano Marina nel 1969 si cominciò il carnevale come a Rio de Janeiro: con carri e allegria. E’ nato uno dei Carnevali più longevi e divertenti: pensa che negli anni ’80 gli otto i carri dei vari quartieri si riunivano nel “Capannone dei Sorrisi” per allestire le loro creazioni.. Da allora “i Marmessi”, “i De longu i stessi”, “i Periferici”, i “Perdigiurni”, “Quelli da Sciumaia”, “Goliardi Dianesi”, gli “Amixi de Sanbertumè” e i “Foa de testa” a Carnevale sfilano regalando allegria e coriandoli.

Carnevale di Moneglia

Il Carnevale della zucca racconta leggende, vede sfilare maschere e fa divertire i bambini. Perchè si chiama Carnevale della Zucca? Tutto si rifà ad una disputa sorta in tempi ormai lontani tra due contadini ai quali, proprio sul confine tra i loro due poderi, era germogliata una pianta di zucca, destinata in breve a diventare oggetto di contesa. La lite durò e come andò a finire resta un mistero. Ma la fantasia popolare si è sbizzarrita dando vita a varie versioni popolari, diventate poi un’occasione per fare festa a Carnevale.

Corso Fiorito a Sanremo

l corso è caratterizzato da una competizione tra i vari carri, che vengono valutati per la loro originalità e l’uso dei fiori. Oltre ai carri, ci sono esibizioni di gruppi musicali e danzatori che accompagnano la sfilata, creando un’atmosfera festosa e coinvolgente. Il Corso Fiorito di Sanremo è anche un omaggio alla floricoltura. Qualche mese dopo, a giugno, si tiene la Battaglia dei Fiori di Ventimiglia, una sfilata di carri fioriti che si chiude con il lancio dei fiori. E’ forse uno dei più visitati anche da stranieri di questo Carnevale in Liguria.

Chiavari:

I maestosi veglioni al Cantero
Sessanta, settant’anni fa, evento unico nel suo genere associato al Carnevale di Chiavari, il Veglione. Noto quello al teatro Cantero, bellissimo, maestoso, con maschere e musiche da far invidia, dicono, persino a Venezia. Documenti come le vecchie edizioni della rivista “Carnevaleide”, simbolo della satira cittadina, documento pervaso da battute pungenti e a volte irriverenti, ma caratterizzate da un perenne e incessante amore per Chiavari, o i manifesti che annunciavano il Carnevale cittadino, testimoniano ancora oggi quelle serate, a pochi passi da una piazza Matteotti invasa dai coriandoli e confetti, e dalla grande Pentolaccia, uno dei pochi simboli rimasti oggi di quell’epoca.

MASCHERE DI LIGURIA

Le maschere del Carnevale ligure sono un affascinante riflesso della cultura e delle tradizioni locali. Oltre a Cicciolin e Capitan Spaventa, che incarnano il carattere marittimo e le storie di mare della Liguria, Baciccia e Barudda portano avanti la tradizione del teatro delle marionette, con la loro personalità vivace e le loro avventure comiche.

Baciccia, con il suo abbigliamento caratteristico e il suo spirito allegro, rappresenta il genovese tipico, mentre Barudda, suo amico, aggiunge un tocco di umorismo e follia alla loro dinamica.

O Mego, con il suo clistere, rappresenta un’altra figura archetipica della commedia, portando un elemento di satira sulla medicina e la salute, tipico delle maschere che riflettono la società.

Queste maschere arricchiscono il Carnevale ligure, e sono anche simboli di una tradizione che continua a vivere e a evolversi, mantenendo l’eredità culturale della regione.

I DOLCI DI CARNEVALE

Bugie
Come si può non iniziare da loro? Le bugie, classiche preparatie con uova, farina e burro, rappresentano il dolce per eccellenza di questa festività. Croccanti e friabili, sottili e spolverate con zucchero a velo.

Frittelle di mele del Borgo Coscia
Un dolce tipico del Borgo di Coscia, ad Alassio. È possibile assaporarle ogni anno durante la grande festa del borgo, che celebra la vittoria degli abitanti sui pirati saraceni nel 1500.

Quaresimali
Questi dolci tradizionali della Quaresima hanno origini che risalgono al 1500. Realizzati con ingredienti semplici, principalmente mandorle, zucchero, glassa e mompariglia, e privi di grassi animali, permettevano ai fedeli di gustarli anche durante i giorni di magro.

Castagnole
Questi dolci tipici di Ventimiglia, già noti alla fine del 1700, hanno la forma di castagne e misurano alcuni centimetri. Presentano un gusto speziato e tra gli ingredienti troviamo cacao, caffè e spezie, mentre la glassa è realizzata con zucchero e acqua di fiori d’arancio. Hanno ricevuto la De.Co. dal comune di Ventimiglia.

Sciumette
Si tratta di un dolce leggero, di colore bianco crema, a base di albumi, praticamente delle meringhe molto leggere però cotte nel latte e servite al cucchiaio. Le Sciumette (o schiumette, in genovese) erano così apprezzate da essere consumate durante tutto l’anno, fino a quando il loro uso non è diminuito a favore di dolci più elaborati.

Oggi vi porto alla scoperta del Comune di Borzonasca.

Un Tesoro Nascosto nel Cuore della Liguria!

Borzonasca, un comune affascinante situato nel Parco Regionale dell’Aveto. Spesso trascurato dai turisti che si dirigono verso il più noto Santo Stefano D’Aveto, Borzonasca offre una serie di sorprese che soddisfano sia gli amanti della natura che coloro che desiderano esplorare aspetti culturali ed enogastronomici.

📌 Abbazia di Borzone

Uno dei punti di riferimento più significativi è l’Abbazia di Borzone, dedicata a San Andrea. Fondata dai monaci di San Colombano e ricostruita nel XIII secolo, dal 1910 è considerata monumento nazionale. La sua bellezza e la sua storia sono un richiamo per gli appassionati di arte e architettura.

📌 Il Volto Megalitico

A pochi chilometri dal centro, tra le rocce, si trova il misterioso Volto Megalitico. Questo volto scolpito nella roccia ha suscitato l’interesse di studiosi per anni, senza però giungere a conclusioni definitive sulla sua origine e datazione, che oscilla tra il Neolitico e il Medioevo. Questo manufatto sembra scrutare la vallata del Penna e le antiche vie di comunicazione.

📌Pietra Borghese:

Gli amanti della geologia possono visitare la Pietra Borghese, un monolite che, grazie alla sua imponente massa scura, gioca scherzi alle bussole nelle sue vicinanze.

📌Lago di Giacopiane: Nel periodo autunnale non perdetevi le passeggiate intorno al lago colori caldi delle foglie di faggio si uniscono ai brillanti colori verdi degli abeti e all’azzurro dell’acqua del lago e si resta senza parole quando si ha la fortuna di avvistare i cavalli selvaggi della zona.

📌Centro Storico

Il centro storico di Borzonasca è un vero e proprio scrigno di storia, con i suoi vicoli e piazzette che raccontano di un passato mercantile. Le facciate dipinte “alla genovese” conferiscono al borgo un fascino unico e inconfondibile.

📌Agricasta:

Nel periodo autunnale raccomandabile la manifestazione legata alla cultura della castagna, così importante nel passato delle nostre genti e profondamente radicata nella nostra tradizione. Durante la manifestazione si può partecipare – al teatro dei burattini – all’albero della cuccagna, assistere ai balli e alla musica, alla mostra micologica e perchè no alla passeggiata con gli asinelli. Fra un’attività e l’altra ricordati di ricaricare le batterie con i piatti a base di questo frutto.

📌Raccolta funghi:

Aquistando nei bar della zona l’apposito tesserino è permesso andare alla ricerca dei funghi sotto i faggi o i castagni: finferli, russule virescense i pregiati boletus edulis

📌Formaggio Sarassu:

Nei pascoli gli allevamenti di capre di proprietà di alcune aziende agricole permettono di ricavare formaggi delizioni quali caprino fresco e la ricotta mentre dal latte crudo il primo sale, la formagetta, sarassu e il Caprino di Sopralacroce

📌La Ruetta (dal 1870)

Infine da golosa che sono non posso non consigliarvi una sosta presso la pasticceria Macera: Se prendete il caffè ricordatevi di accompagnarlo insieme a una loroo “Ruetta” spolevarata di candido zucchero a velo.

📌Come Raggiungere Borzonasca

Borzonasca è facilmente raggiungibile non solo in auto, ma anche con gli autobus di linea che partono dalla Riviera, rendendo accessibile questo angolo incantevole dell’entroterra ligure.

Che aspettate? Venite a scoprire le meraviglie di Borzonasca!

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Cicogna – Cicagna – Sigògna – Cighèugna .

Significati e curiosità;

Le cicogne erano semplici congegni per sollevare l’acqua dai pozzi, erano molto numerose negli orti ed erano al servizio dei bisagnini.

Oggi in Italia sono scomparse praticamente tutte, sostituite dapprima dal rinvio a carrucola, meno faticoso, e infine dalle pompe elettriche. Hanno una origine antichissima e sono ancora molto diffuse nei paesi ad economia meno sviluppata come ad esempio in Africa o in Sudamerica.

La cicogna consiste in un sostegno fisso, in legno o muratura, su cui bascula una trave di legno appesantita ad un estremo per tenerla inclinata; l’altro estremo è in corrispondenza della bocca del pozzo, e vi è appesa una corda, ho un altro palo di legno, che porta il secchio. L’operatore spinge il secchio nel pozzo tirando la corda verso il basso; quando il secchio è pieno, questi risale per effetto del contrappeso.

Esiste ancora una cicogna a Chiavari che è stata recentemente restaurata ed è un esempio indicativo della tecnica di costruzione Ligure. La Confraternita dell’Oratorio di San Giovanni a Cogorno ha voluto realizzare un presepe proprio ricostruendo questo importante strumento di lavoro.




Nella zona di Genova invece veniva usata anche per togliere l’acqua dai bacini nei lavori di pulitura o escavazione dei fondali. Collocate anche 150 per volta lungo le pareti delle dighe e manovrate da personale esperto, riuscivano a prosciugare in poche settimane specchi d’acqua notevoli agevolando il lavoro di scavatori e sterratori!

Siete curiosi? Eccola

La prima parola che viene in mente sentendo questa parola è “bambino”. Infatti è nel nostro dna pensare che la cicogna trasporti i bambini e li adagi sotto i cavoli.

LA CICOGNA DI CICAGNA

Nell’ormai lontano 1922 un bambino di sette anni, Gianni, senza dire nulla a mamma e papà, imbuca nella posta una sua letterina, in cui chiede di avere un fratellino o una sorellina. Marino Rossini, allora quarantenne, era un impiegato addetto allo smistamento postale: quando si trovò tra le mani la busta, per lo smistamento della corrispondenza, scambiò la parola «Cicogna» per «Cicagna». Cosi la letterina di Gianni, prese la strada verso la Val ntanabuona. Nell’ufficio delle Poste di Cicagna, lavorava la signora Maria Colotto. Sorpresa ed incuriosita dalla lettera, non sapendo cosa farne – o a chi inoltrarla – decise di aprirla. Lesse il contenuto, e dopo un momento di sorpresa e incredulità, decise di rispondere al piccolo Gianni. Incredibile ma vero: la notizia che la «Cicogna» aveva risposto alla lettera, fece immediatamente il giro dell’Italia intera, e non solo.
A partire da quel momento, migliaia di bambini, da ogni parte del mondo, hanno scritto alla Cicogna, che ha puntualmente a risposto a tutti. Le lettere, generalmente, erano indirizzate «alla Cicogna», «al Signor Cicogna», «alla Signora Cicogna», «a Mamma Cicogna»; a volte, con più dettagliatamente a : “Via dei Cieli, 55“.

Ne arrivavano dall’Italia, ma anche dall’India, dall’Europa e dall’America latina. Tra tutte queste, la più “preziosa” giunse addirittura dalla Casa Bianca, dove la First Lady Jaqueline Kennedy ringrazia la Cicogna, in occasione della nascita di John John, sfortunato figlio del presidente americano. Ancora oggi ci sono bambini che ricorrono “alla cara vecchia lettera”, spedita a «Via dei Cieli, 55 – Cicagna». Tutte queste, vengono catalogate in un vero e proprio archivio, situato in Comune.

CI

In molti paesi d’Europa l’arrivo delle cicogne in primavera è da sempre considerato di buon augurio e salutato con feste e cerimonie. In queste occasioni i contadini erano soliti fissare una ruota di carro ad un palo per formare una piattaforma su cui le cicogne potessero fare il nido tranquillamente Le cicogne bianche sono tendenzialmente monogame, questo significa che, una volta formata la coppia, restano assieme per tutta la vita

Cicogna, Sigògna, Cigheugna, Cicagna

💕 Fragori di Cascate e Silenzi di Boschi Infuocati

✏️ Isolarsi e immergersi nella natura era quello che desideravamo. Doppietta risultata vincente quella degli ampi spazi aperti sulle cime che si sono contrapposti agli infuocati boschi di larici .

✏️Fantastici protagonisti sorridenti, allegri, collaborativi e soprattutto fiduciosi (nel forest bathing è necessario lasciarsi condurre dalle indicazioni che ti arrivano dal bosco nella sua complessità che ogni istante è diversa )

✏️ E poi il canto dell’acqua, in mille voci e mille toni, che accompagna il suo movimento e ce lo rende presente nel paesaggio anche quando ancora non la vediamo. Già a distanza possiamo percepire il fruscio del ruscello che corre tra le piante, il suo risuonare e gorgogliare interrotto quando saltella tra i balzi e i sassi, il ticchettante gocciolio lungo le rocce, lo scroscio sonoro ed echeggiante della cascata, il coro sommesso del fiume.

✏️ E al calar del sole ci avviciniamo al caldo ed accogliente rifugio e nell’attesa di un altro magnifico momento davanti al fuoco del camino prepariamo una merenda con i frutti del bosco a valle.

✏️ Arrivederci presto per vivere in natura e in noi stessi.

FINE ANNI ’50

Dopo quasi un secolo di attività, a fine anni ’50 chiude definitivamente il frantoio della famiglia Bordoni, casata “Fracassi”, uno dei due esistenti al Groppo.

E’ l’inarrestabile destino che sta coinvolgendo, uno dopo l’altro, i sette mulini della vallata di Manarola, soppiantati dalla spietata concorrenza dei nuovi impianti che, con attrezzature e macchinari moderni, garantiscono rese più elevate ed un olio quasi privo da morchie.

Era ubicato sulla sponda sinistra del canale, in località “Burdun”, una decina di metri oltre il ponte della provinciale per Volastra. Il frantoio prospettava ed aveva l’ingresso sull’alveo del canale che essendo privo di ponticello di servizio, si raggiungeva con un guado. La ruota idraulica, ubicata sul lato sinistro del fabbricato era alimentata da una gora che attingeva acqua dal canale del rio “Gabiaa” e dalla copiosa sorgente del “Burdun” che sgorgava proprio sopra il frantoio.

Non possedendo le macine, funzionava unicamente da frantoio oleario.

Di questo mulino, demolito durante i lavori di costruzione della nuova strada carrozzabile Groppo – Volastra, in quanto interferiva col tracciato della stessa, si è ormai perduta la memoria. Le uniche testimonianze sulla sua esistenza sono questa immagine e la sua mola che stava ormai per essere perduta e, dopo varie peripezie, e stata recuperata e definitivamente collocata all’ingresso delle Cantina Sociale di Groppo.

La leggenda di Pacciûgo e Pacciûga

Ecco Pacciûgo e Pacciûga in uno dei due dipinti di Marcello Baschenis  esposti presso il Santuario dell’Incoronata di Genova Cornigliano  

Tali figure rappresentano due sposi vestiti con i tipici costumi genovesi del XVIII Secolo. Pacciûgo era un marinaio  che abitava in via Prè e che aveva sposato una donna buona e devota. Insieme vivevano d’amore e d’accordo ed erano entrambi devoti a Maria. Durante un viaggio in mare, Pacciûgo venne fatto prigioniero dai Turchi  e condotto in Africa  dove dovette rimanere per ben dodici lunghi anni senza poter far ritorno a casa. La moglie non pensava che a lui e ogni sabato si recava al santuario della Madonna di Coronata e pregava ardentemente perché il marito tanto amato tornasse a casa. Ma la gente, che la vedeva uscire ogni sabato, cominciava a pensare male di lei e iniziò a mormorare.

Un giorno Pacciûgo riuscì a fuggire e fece ritorno a Genova. Era sabato e la moglie si era recata, come sempre, al santuario a pregare. Quando Pacciûgo giunse, non trovò la moglie e chiese notizie ai vicini cercando di non farsi riconoscere. Ma una vecchina, avendo capito che l’uomo era Pacciûgo ed essendo stata sempre invidiosa dei due sposi, gli disse che Pacciûga tutti i sabati scompariva con la scusa di recarsi al santuario della Coronata a pregare, ma che in verità si incontrava con un uomo.

Sentendo ciò il marinaio fu colto da forte gelosia e senza esitazione si avviò verso Coronata; giunto a metà strada incontrò la moglie che nel vederlo e avendolo immediatamente riconosciuto gli corse incontro abbracciandolo e baciandolo. Pacciûga, asciugandosi poi le lacrime di felicità, iniziò a ringraziare la Madonna che aveva ascoltato le sue preghiere e disse al marito che il sabato seguente sarebbero andati tutti e due al santuario per ringraziarla.

Pacciûgo però non riusciva a togliersi di mente il tarlo della gelosia e così, il giorno dopo, propose alla moglie di fare una gita in barca a Cornigliano e quando furono al largo le domandò spiegazioni sul suo presunto tradimento. Pacciûga, che non si aspettava tale domanda dal marito, rimase un attimo in silenzio e Pacciûgo, interpretando il silenzio della moglie come ammissione di colpevolezza, fuori di sé, la colpì con un coltello e la gettò in mare.

Pacciûgo allora vogò verso riva e scese a Genova Sampierdarena, ma il rimorso per quanto aveva fatto lo perseguitava ed egli si recò al santuario di Coronata per chiedere perdono alla Madonna. Grande fu la meraviglia e la gioia di Pacciûgo quando, entrando in chiesa, vide la sua buona moglie, salva, in ginocchio davanti all’altare che pregava.

Capì allora che la Vergine aveva compiuto quel miracolo perché sapeva che Pacciûga gli era sempre stata fedele e così le corse incontro e la abbracciò con tutto il suo amore.

  • Pacciûgo e Pacciûga sono entrati a far parte della tradizione tanto che si ritrovano anche nelle maschere carnevalesche genovesi.
  • Ma Pacciugo è anche il nome di un delizioso gelato misto . Vi metto una immagine e se volete saperne di più potete trovare più informazioni nell’articolo dedicato che potete trovare nella sezione “cucina ligure”
  • L’uso del termine fare un pacciûgo a Genova è divenuto sinonimo di fare un pasticcio.

I ” GATTAFUIN” (RAVIOLI DEL LEVANTE FRITTI)

Le donne di diverse zone della costa del levante ligure compreso le donne delle “Cinque terre” andavano spesso a raccogliere erbe selvatiche miste (vedi anche mio articolo sul Prebuggiùn) Abilmente rintracciavano queste erbe nei più nascosti anfratti delle scoscese balze. Erbe come la “ratalégua“, il piscianlétu, u dente de leon ecc. erano ritenute fondamentali nella cucina ligure ma anche per prevenire e curare certi malanni.

Un piatto tradizionale particolarmente apprezzato e cucinato con queste erbe è il Gattafuin. L’associazione Sapori di Levanto, ha voluto registrare la denominazione, depositando il marchio Gattafin in quanto sostiene che il nome ha origine dalla raccolta di erbe selvatiche da parte dei lavoratori di una vecchia cava di pietra in località la gatta, nelle vicinanze di Levanto e utilizzate dalle loro mogli per preparare questo piatto, chiamato quindi “finezza della gatta” ovvero “Gattafin”.

Non solo quindi le donne a raccogliere erbe nei campi e nei muretti a secco ma anche gli uomini.

Una spiegazione più ricercata dell’etimologia fa risalire l’origine del nome a gattafura, parola trecentesca che indica rafioli e torte. Da oltre 500 anni in Liguria, e non solo, imprigioniamo le verdure tra due strati di pasta. Le torte di verdure hanno dato origine anche ai ravioli, che nel Rinascimento si consumavano fritti.

Se vi è venuta voglia di provare questa prelibatezza vi indico alcuni modi:

1) Leggere la ricetta, comperare gli ingredienti, procurarsi le erbe o nei campi o presso il Bezagnìn (fruttivendolo specializzato nei prodotti locali)

2) sedervi comodamente e degustarlo in un ristorante tipico di Levanto.

3) comperarla in un panificio specializzato di Levanto o del Levante Ligure.

Ecco gli ingredienti e la procedura:

300 gr di farina bianca, un bicchiere di vino bianco secco, 500 gr di Prebuggiùn (erbette di campo e volendo anche qualche bietola), 2 uova, 50 grammi di parmigiano reggiano grattuggiato, poca maggiorana (a scelta alcuni mettono un pizzico di noce moscata o pepe), sale, olio extra vergine di oliva

Realizzazione: Lessare la verdura. Scolarla, strizzarla e tritarla.

Fare la pasta con farina, olio, vino, sale e poca acqua quanto basta per avere una pasta consistente.

Amalgamare la verdura con la maggiorana, il formaggio e le uova.

Stendere la pasta sulla spianatoia e porvi, distanziati, dei cucchiai di farcitura, ripiegare la pasta sul ripieno e chiuderla lungo i bordi, tagliare lungo gli stessi con una rotella tagliapasta formando dei ravioloni a mezzaluna; comprimere con il palmo il ripieno e friggere in abbondante olio caldo.Versare un cucchiaio di ripieno in ognuno. Ripiegarli e chiuderli schiacciando gli orli con una forchetta.

Friggerli in olio caldo. Servirli caldi o tiepidi.

Mio suggerimento: ogni stagione offre le sue erbette. Quando la natura ci dona quelle che al palato risultano un pò più amare si può aggiungere oltre il parmigiano anche un po di ricotta.

Buon Appetito!

La notizia più antica e sicura dei falò a Camogli risale al 1885. Sono i quartieri di Pinetto, Rissuolo e forse anche una parte di Lazza, che in quei tempi accendevano i rovi sullo scoglio che si spiana sopra i “Tre fratelli”, sotto l’ultimo palazzo di Lazza. Ed è per questo che ancor oggi quello scoglio, anche se sempre più corroso dal mare, è chiamato “Foù”. Molti anni dopo sorse un altro falò, sempre in Lazza, ma nello slargo dietro alla fontanella, lato mare. Era il più piccolo ma anche il più ricco di tutti, in quanto, oltre alla questa che facevano tutti i ragazzi del quartiere, quelli di Lazza ricevevano alla vigilia ben cinque lire da Baciccin Ferrari (Scarpetta). Con quei soldi si potevano così acquistare dal fuochista di Recco (nel Vecchio Vastato) “fugai in cannetta”, “sicuri serve” (accesi vicino alle gambe delle donne più di una volta bruciavano qualche calza..) ed i “tric-trac”.

Nella frazione di Sant’Anna, sulla Via Romana, i ragazzi, dopo aver ben ripulito i fossati di sterpi e ramagie (come del resto facevamo tutti), accendevano, la vigilia della Santa, un bel mucchio di buschi dentro la “ca rutta” (casa rotta). E questo fino agli anni 20- 30. Poi tutto finì anche a causa delle nuove ville che erano sorte tutt’intorno. Dal 1920 al 1927 si faceva un falò anche nell’area del “Gasometro”; in quell’occasione il Comm. Riccobaldi dava cinque lire ai ragazzi. Da un vecchio pescatore ho anche saputo che verso il 1915 quelli di Fontanella accendevano un falò sugli scogli dell’ “Inferno”.

“Ninte pe u faù de San Fortunato?” Era questa la “canzone” che si recitava per farsi dare qualche dieci o al massimo cinquanta centesimi. Il tutto veniva infilato in una lattina rugginosa trovata in spiaggia, schiacciata sul fondo e con un taglio al coperchio. Ricordo che alle volte aprivamo il fondo dellalattina e ci usciva qualche centesimo per comprare il “sorbetto”. Al pomeriggio poi si andava al fossato con lunghe corde, quindi si attraversava Via Garibaldi portando i rovi e qualche alberello fino al Rivo Giorgio. Gli ambiti di influenza erano rigorosamente separati e i ragazzi di un quartiere non potevano sconfinare, per la questua, oltre la loro zona.. In caso contrario erano botte da orbi..

Verso il 1950 vedovo i falò ormai misti di rovi, vecchie cassapanche e sedie sgangherate dare più fiamma e durare di più ma mi rendevo conto che incominciava una nuova epoca fatta non più solo di “buschi”, ma, grazie al benessere, anche dei primi legni che uscivano dalle case e che una volta, invece, erano conservati gelosamente perché servivano per far fuoco nei fornelli.

Precisazione: scrivo in questo mio sito per gli apassionati di storia ligure che non possono comodamente raggiungere le nostre biblioteche. Il testo infatti è stato scritto da Mino Castrogiovanni e si trova nel libro Camogli Qui, Camogli Là – storia privata di una città (preparazione editoriale Barbara Schiaffino .) il libro è presente e consultabile con tante altre storie di Camogli presso la biblioteca del mare di Riva Trigoso.