I ” GATTAFUIN” (RAVIOLI DEL LEVANTE FRITTI)

Le donne di diverse zone della costa del levante ligure compreso le donne delle “Cinque terre” andavano spesso a raccogliere erbe selvatiche miste (vedi anche mio articolo sul Prebuggiùn) Abilmente rintracciavano queste erbe nei più nascosti anfratti delle scoscese balze. Erbe come la “ratalégua“, il piscianlétu, u dente de leon ecc. erano ritenute fondamentali nella cucina ligure ma anche per prevenire e curare certi malanni.

Un piatto tradizionale particolarmente apprezzato e cucinato con queste erbe è il Gattafuin. L’associazione Sapori di Levanto, ha voluto registrare la denominazione, depositando il marchio Gattafin in quanto sostiene che il nome ha origine dalla raccolta di erbe selvatiche da parte dei lavoratori di una vecchia cava di pietra in località la gatta, nelle vicinanze di Levanto e utilizzate dalle loro mogli per preparare questo piatto, chiamato quindi “finezza della gatta” ovvero “Gattafin”.

Non solo quindi le donne a raccogliere erbe nei campi e nei muretti a secco ma anche gli uomini.

Una spiegazione più ricercata dell’etimologia fa risalire l’origine del nome a gattafura, parola trecentesca che indica rafioli e torte. Da oltre 500 anni in Liguria, e non solo, imprigioniamo le verdure tra due strati di pasta. Le torte di verdure hanno dato origine anche ai ravioli, che nel Rinascimento si consumavano fritti.

Se vi è venuta voglia di provare questa prelibatezza vi indico alcuni modi:

1) Leggere la ricetta, comperare gli ingredienti, procurarsi le erbe o nei campi o presso il Bezagnìn (fruttivendolo specializzato nei prodotti locali)

2) sedervi comodamente e degustarlo in un ristorante tipico di Levanto.

3) comperarla in un panificio specializzato di Levanto o del Levante Ligure.

Ecco gli ingredienti e la procedura:

300 gr di farina bianca, un bicchiere di vino bianco secco, 500 gr di Prebuggiùn (erbette di campo e volendo anche qualche bietola), 2 uova, 50 grammi di parmigiano reggiano grattuggiato, poca maggiorana (a scelta alcuni mettono un pizzico di noce moscata o pepe), sale, olio extra vergine di oliva

Realizzazione: Lessare la verdura. Scolarla, strizzarla e tritarla.

Fare la pasta con farina, olio, vino, sale e poca acqua quanto basta per avere una pasta consistente.

Amalgamare la verdura con la maggiorana, il formaggio e le uova.

Stendere la pasta sulla spianatoia e porvi, distanziati, dei cucchiai di farcitura, ripiegare la pasta sul ripieno e chiuderla lungo i bordi, tagliare lungo gli stessi con una rotella tagliapasta formando dei ravioloni a mezzaluna; comprimere con il palmo il ripieno e friggere in abbondante olio caldo.Versare un cucchiaio di ripieno in ognuno. Ripiegarli e chiuderli schiacciando gli orli con una forchetta.

Friggerli in olio caldo. Servirli caldi o tiepidi.

Mio suggerimento: ogni stagione offre le sue erbette. Quando la natura ci dona quelle che al palato risultano un pò più amare si può aggiungere oltre il parmigiano anche un po di ricotta.

Buon Appetito!

La notizia più antica e sicura dei falò a Camogli risale al 1885. Sono i quartieri di Pinetto, Rissuolo e forse anche una parte di Lazza, che in quei tempi accendevano i rovi sullo scoglio che si spiana sopra i “Tre fratelli”, sotto l’ultimo palazzo di Lazza. Ed è per questo che ancor oggi quello scoglio, anche se sempre più corroso dal mare, è chiamato “Foù”. Molti anni dopo sorse un altro falò, sempre in Lazza, ma nello slargo dietro alla fontanella, lato mare. Era il più piccolo ma anche il più ricco di tutti, in quanto, oltre alla questa che facevano tutti i ragazzi del quartiere, quelli di Lazza ricevevano alla vigilia ben cinque lire da Baciccin Ferrari (Scarpetta). Con quei soldi si potevano così acquistare dal fuochista di Recco (nel Vecchio Vastato) “fugai in cannetta”, “sicuri serve” (accesi vicino alle gambe delle donne più di una volta bruciavano qualche calza..) ed i “tric-trac”.

Nella frazione di Sant’Anna, sulla Via Romana, i ragazzi, dopo aver ben ripulito i fossati di sterpi e ramagie (come del resto facevamo tutti), accendevano, la vigilia della Santa, un bel mucchio di buschi dentro la “ca rutta” (casa rotta). E questo fino agli anni 20- 30. Poi tutto finì anche a causa delle nuove ville che erano sorte tutt’intorno. Dal 1920 al 1927 si faceva un falò anche nell’area del “Gasometro”; in quell’occasione il Comm. Riccobaldi dava cinque lire ai ragazzi. Da un vecchio pescatore ho anche saputo che verso il 1915 quelli di Fontanella accendevano un falò sugli scogli dell’ “Inferno”.

“Ninte pe u faù de San Fortunato?” Era questa la “canzone” che si recitava per farsi dare qualche dieci o al massimo cinquanta centesimi. Il tutto veniva infilato in una lattina rugginosa trovata in spiaggia, schiacciata sul fondo e con un taglio al coperchio. Ricordo che alle volte aprivamo il fondo dellalattina e ci usciva qualche centesimo per comprare il “sorbetto”. Al pomeriggio poi si andava al fossato con lunghe corde, quindi si attraversava Via Garibaldi portando i rovi e qualche alberello fino al Rivo Giorgio. Gli ambiti di influenza erano rigorosamente separati e i ragazzi di un quartiere non potevano sconfinare, per la questua, oltre la loro zona.. In caso contrario erano botte da orbi..

Verso il 1950 vedovo i falò ormai misti di rovi, vecchie cassapanche e sedie sgangherate dare più fiamma e durare di più ma mi rendevo conto che incominciava una nuova epoca fatta non più solo di “buschi”, ma, grazie al benessere, anche dei primi legni che uscivano dalle case e che una volta, invece, erano conservati gelosamente perché servivano per far fuoco nei fornelli.

Precisazione: scrivo in questo mio sito per gli apassionati di storia ligure che non possono comodamente raggiungere le nostre biblioteche. Il testo infatti è stato scritto da Mino Castrogiovanni e si trova nel libro Camogli Qui, Camogli Là – storia privata di una città (preparazione editoriale Barbara Schiaffino .) il libro è presente e consultabile con tante altre storie di Camogli presso la biblioteca del mare di Riva Trigoso.