LA CANZONE: MA SE GHE PENSO

Questa canzone descrive l’attaccamento dei genovesi alla propria città e contrasta lo stereotipo della loro avarizia riconoscendogli valori più alti di quelli materiali: nel caso del protagonista, a un iniziale desiderio di una condizione migliore (Aveva lottato per risparmiare e farsi la palazzina e il giardinetto), pian piano subentra la nostalgia che lo vince.

Narra la storia di un genovese emigrato in America che ritrovatosi a pensare alla bellezza della sua città, sopraffatto dalla nostalgia, decide di farvi ritorno, contro il volere del figlio.

La composizione del 1925 è attribuita a Mario Cappelli ed è stata eseguita da diversi artisti fra i quali Gino Paoli e Mina. Nel 2007  è stata incisa anche da Antonella Ruggero , che già l’aveva cantata a Genova in occasione della manifestazione canora Just Like a woman del 2004 e infine è stata eseguita anche nel 2011 al Festival di Sanremo dal trio Ranieri, Bizzarri e Kessisoglu.

ecco il testo in genovese.

«O l’êa partîo sénsa ‘na palanca,
l’êa za trent’anni, fòrse anche ciù.
O l’àia lotòu pe métte i dinæ a-a bànca
e poéisene un giórno vegnî in zu.
E fâse a palassinn-a e o giardinétto,
co-o ranpicante, co-a cantinn-a e o vin,
a branda attacâ a-i èrboi, a ûso letto,
pe dâghe ‘na schenâ seja e matìn.
Ma o figgio o ghe dixeiva: “No ghe pensâ
a Zena cöse ti ghe vêu tornâ?!”
Ma se ghe penso alôa mi veddo o mâ,
véddo i mæ mónti e a ciàssa da Nonçiâ,
rivéddo o Righi e me s’astrenze o cheu,
véddo a Lanterna, a Cava, lazù o Meu…
Rivéddo a-a seja Zêna ilûminâ,
véddo la-a Fôxe e sento franze o mâ
e alôa mi pénso ancón de ritornâ
a pösâ e òsse dôve ò mæ madonâ.
O l’êa passòu do ténpo, fòrse tròppo,
o figgio o l’inscisteiva: “Stémmo ben,
dôve t’êu andâ, papà?.. pensiêmo dòppo,
o viâgio, o mâ, t’ê vêgio, no convén!”
“Òh no, òh no! mi me sento ancón in ganba,
son stùffo e no ne pòsso pròpio ciù,
L’è in pö che sento dî: señor, caramba,
mi vêuggio ritornâmene ancón in zû…
Ti t’ê nasciûo e t’æ parlòu spagnòllo,
mi son nasciûo zeneize e… no me mòllo!”
Ma se ghe penso alôa mi véddo o mâ,
véddo i mæ mónti e a ciàssa da Nonçiâ,
rivéddo o Righi e me s’astrenze o cheu,
véddo a Lanterna, a Cava, lazù o Meu…
Rivéddo a-a seja Zêna iluminâ,
véddo la-a Fôxe e sénto franze o mâ
e alôa mi pénso ancón de ritornâ
a pösâ e òsse dôve ò mæ madonâ.
E sénsa tante cöse o l’é partîo
e a Zêna o gh’à formòu tórna o seu nîo.»

e la traduzione in italiano.

«Era partito senza un soldo,
aveva già trent’anni, forse anche più.
Aveva lottato per mettere i soldi in banca
e potersene un giorno tornare ancora giù
e farsi la palazzina e il giardinetto,
con il rampicante, con la cantina e il vino,
la branda attaccata agli alberi a uso letto,
per coricarcisi alla sera e al mattino.
Ma il figlio gli diceva: “Non ci pensare
a Genova perché ci vuoi tornare?!”

Ma se ci penso allora io vedo il mare,
vedo i miei monti e piazza della Nunziata
rivedo il Righi  e mi si stringe il cuore,
vedo  la Lanterna, la cava, laggiù il molo …
Rivedo alla sera Genova illuminata,
vedo là  la Foce e sento frangere il mare
e allora io penso ancora di ritornare
a posare le ossa dove è mia nonna.
Ed era passato del tempo, forse troppo,
il figlio insisteva: “Stiamo bene,
dove vuoi andare, papà?..penseremo dopo;
il viaggio, il mare, sei vecchio, non conviene!”
“Oh no, oh no! mi sento ancora in gamba,
sono stanco e non ne posso proprio più,
sono stufo di sentire: señor, carramba,
io voglio ritornarmene ancora in giù…
Tu sei nato e hai parlato spagnolo,
io sono nato genovese e… non ci mollo!”
Ma se ci penso allora io vedo il mare,
vedo i miei monti e piazza della Nunziata,
rivedo Righi e mi si stringe il cuore,
vedo la Lanterna, la cava, laggiù il molo…
Rivedo la sera Genova illuminata,
vedo là la Foce e sento frangere il mare,
e allora io penso ancora di ritornare
a posare le ossa dove è mia nonna.
E senza tanti indugi è partito
e a Genova ha formato di nuovo il suo nido.»

La Farfalla Dorata di Lerici: Intelligenza Artificiale verso studi accurati, passione e presenza.

Ciao, cosa preferisci tra un testo creato dall’intelligenza artificiale e invece un testo che deriva da informazioni ricercate e verificate con tanta presenza e Passione?

Lascio a voi ogni riflessione, vi metto due articoli diversi qui sotto: il primo creato dall’intelligenza artificiale e il secondo creato tramite informazioni reperite sul posto a seguito dei miei sopralluoghi e escursioni guidate e ricevute dal figlio di Calzolari e da documentazione cartacea.

La Meravigliosa Farfalla Dorata di Lerici

Se visiti Lerici, un incantevole borgo sulla costa ligure, potresti avere la fortuna di incontrare un fenomeno davvero speciale: la comparsa improvvisa di tante farfalle dorate che volteggiano nell’aria. Questa meraviglia naturale è conosciuta come la Farfalla Dorata di Lerici e rappresenta un autentico spettacolo per occhi esperti e curiosi.

Cosa è la Farfalla Dorata?
La Farfalla Dorata (nome scientifico Colias crocea) è un insetto appartenente alla famiglia delle Coliadinae. Si riconosce facilmente per il suo colore brillante, che va dal giallo intenso all’oro, e per le sue ali larghe e sottili. È una farfalla comune in molte parti d’Europa, ma a Lerici si distingue per la grande quantità e il momento in cui appare.

Quando e perché si vede?
Generalmente, questo fenomeno avviene tra fine primavera e inizio estate, quando le temperature sono più calde e il clima è stabile. La Farfalla Dorata si concentra soprattutto nelle zone di macchia mediterranea, vicino alla costa, dove trova le piante di cui si nutre e sui quali depone le uova. La sua presenza può sembrare improvvisa, ma in realtà è legata a particolari condizioni climatiche e ambientali che favoriscono la sua migrazione e proliferazione.

Perché è così speciale?
La vera magia sta nel fatto che durante questo periodo, molte di queste farfalle si raccolgono in grandi gruppi, creando un vero e proprio “fiume dorato” che riempie l’aria di un bagliore splendente. È un fenomeno naturale molto raro e affascinante, che attira fotografi, naturalisti e visitatori desiderosi di ammirare questa meraviglia effimera.

Come rispettare questo spettacolo?
Se decidi di andare a vedere la Farfalla Dorata di Lerici, ricorda di farlo nel rispetto della natura. Non disturbare gli insetti, evita di raccoglierle e cerca di osservare senza disturbare il loro ambiente. La loro presenza è un segno importante della buona salute dell’ecosistema locale.

In conclusione
La Farfalla Dorata di Lerici è un esempio di come la natura possa sorprenderci con i suoi spettacoli più belli e imprevedibili. Se ti trovi in zona tra primavera e estate, tieni gli occhi aperti: potresti essere fortunato e assistere a questo affascinante fenomeno, un vero dono della natura che rende Lerici ancora più speciale.

Monti di San Lorenzo è una località sul monte Caprione, nel comune di Lerici, a pochi chilometri dalla Spezia. Intorno agli anni Novanta il Professor Enrico Calzolari ha scoperto un sito megalitico che ogni anno, da circa ottomila anni, regala il fenomeno della «farfalla dorata».

Storicamente, prima della dominazione romana, la località era stata abitata dai Liguri, ai quali si erano unite in seguito anche alcune tribù celtiche. È un’area che, secondo molti, emana energie particolari: vi sorgono un tempio buddista, i ruderi della chiesa di San Lorenzo, risalente al XII secolo, e un complesso megalitico di epoca preistorica.

Camminando nei sentieri del bosco ad un certo punto si percepisce una particolare sensazioni che anticipa la vista di alcuni blocchi di pietra e si nota che non sono disposti a caso, ma in una posizione tale che, nel periodo del solstizio estivo, gli ultimi raggi del sole, passando attraverso la fessura formata dalle rocce, proiettano l’immagine di una perfetta farfalla di luce su un monolite che si trova di fronte.

Si resta sorpresi e si torna a casa cercando spiegazioni salvo non si abbia avuto la fortuna di incontrare il figlio del Professor, che seguendo la passione del padre e divenuto guida ambientale escursionistica appositamente per poter divulgare quanto scoperto dal padre, abbia iniziato a raccontarti nei mimini dettagli le cose scoperte e tutti i misteri che ancora gi restano da svelare.

Tra storie comprensibili con la mente e le strane forme delle rocce che si trovano anche nei dintorni viene spontaneo pensare all’esistenza di rituali sconosciuti legati al femminile e alla fertilità.

Mentre le persone attendono l’apparire della farfalla tutto è in ombra ma mano a mano che i raggi del Sole entreranno all’interno della losanga proiettaranno, in una pietra fallica che si trova di fronte, l’immagine di una farfalla dorata. Per alcuni il rito simboleggia un “passaggio” metafisico, una “trasmigrazione”, che si verifica proprio al cambio di stagione, in una terra di confine, di cui la farfalla è veicolo e il sito la porta. Se si tratti della transizione delle anime tra il mondo dei vivi e quello dei morti, dunque un culto legato alla fertilità/nascita oppure alla morte, oppure simboleggi una trasmutazione non lo sapremo mai con esattezza.

Nelle immediate vicinanze si possono notare altri resti di monoliti, tracce di muri e i resti di un’esedra, tutte strutture per le quali si esclude una funzione pratica, ma si pensa formassero tutte insieme l’area rituale.

Potrei continuare ancora ma per percepire la passione del Calzolari è bene seguirmi sul posto.

Vi aspetto il 17 giugno per ascoltare i vostri preziosi contributi.

Eventi e Sfilate del Carnevale in Liguria

Carnevale in Liguria: sfilata con carri colorati e decorazioni a tema, persone in costume tra la folla, atmosfera festosa.

Il Carnevale in Liguria ha una lunga e affascinante tradizione, ricca di danze, cortei e celebrazioni che riflettono la cultura e la storia della città. Durante questo periodo festivo, le strade di Genova si animavano con danze come la Rionda e la Moresca, che non solo intrattenevano i partecipanti, ma rappresentavano anche rituali sociali e culturali.

La Rionda, con il suo girotondo attorno ai falò, creava un’atmosfera di comunità e calore, mentre la Moresca, con i suoi inchini e giochi d’arme, evocava un senso di competizione e spettacolo. Le danze tradizionali come le Gighe e il Perigodin, legate al mondo dei pescatori, mostrano l’importanza del mare e della pesca nella vita genovese.

Con il passare dei secoli, il Carnevale in Liguria, si evolve e si sposta dai festeggiamenti popolari ai palazzi nobiliari, riflettendo i cambiamenti sociali e culturali. I Carrossèzzi, introdotti alla fine del Cinquecento, rappresentano una nuova forma di celebrazione, con i cortei che si snodano attraverso le vie principali della città. L’uso di festoni e lanternette crea un’atmosfera magica e festiva, coinvolgendo tanto i nobili quanto il popolo.

L’800 segna un momento di grande vivacità per il Carnevale in Liguria, con eventi come il Festone dei Giustiniani, che attirano molti partecipanti. L’introduzione dei carrettini negli anni ’20 del ‘900 aggiunge un elemento di innovazione e divertimento, con gli studenti universitari che si sfidano in discese adrenaliniche.

In sintesi, il Carnevale in Liguria è una celebrazione ricca di storia e tradizione, che continua a evolversi e a riflettere l’identità della città, unendo passato e presente in un festoso abbraccio.

Carnevale di Savona

E’ conosciuto per l’investitura del Re del Carnevale, la figura di Sua Maestà Cicciolin, maschera tipica della città, tra carri e colori, Insieme ad altre maschere tipiche, il Carnevale di Savona è fatto di sfilate e feste per tutto il periodo del Carnevale.

Le manifestazioni più importanti e conosciute

Carnevale di Diano Marina

Diano Marina nel 1969 si cominciò il carnevale come a Rio de Janeiro: con carri e allegria. E’ nato uno dei Carnevali più longevi e divertenti: pensa che negli anni ’80 gli otto i carri dei vari quartieri si riunivano nel “Capannone dei Sorrisi” per allestire le loro creazioni.. Da allora “i Marmessi”, “i De longu i stessi”, “i Periferici”, i “Perdigiurni”, “Quelli da Sciumaia”, “Goliardi Dianesi”, gli “Amixi de Sanbertumè” e i “Foa de testa” a Carnevale sfilano regalando allegria e coriandoli.

Carnevale di Moneglia

Il Carnevale della zucca racconta leggende, vede sfilare maschere e fa divertire i bambini. Perchè si chiama Carnevale della Zucca? Tutto si rifà ad una disputa sorta in tempi ormai lontani tra due contadini ai quali, proprio sul confine tra i loro due poderi, era germogliata una pianta di zucca, destinata in breve a diventare oggetto di contesa. La lite durò e come andò a finire resta un mistero. Ma la fantasia popolare si è sbizzarrita dando vita a varie versioni popolari, diventate poi un’occasione per fare festa a Carnevale.

Corso Fiorito a Sanremo

l corso è caratterizzato da una competizione tra i vari carri, che vengono valutati per la loro originalità e l’uso dei fiori. Oltre ai carri, ci sono esibizioni di gruppi musicali e danzatori che accompagnano la sfilata, creando un’atmosfera festosa e coinvolgente. Il Corso Fiorito di Sanremo è anche un omaggio alla floricoltura. Qualche mese dopo, a giugno, si tiene la Battaglia dei Fiori di Ventimiglia, una sfilata di carri fioriti che si chiude con il lancio dei fiori. E’ forse uno dei più visitati anche da stranieri di questo Carnevale in Liguria.

Chiavari:

I maestosi veglioni al Cantero
Sessanta, settant’anni fa, evento unico nel suo genere associato al Carnevale di Chiavari, il Veglione. Noto quello al teatro Cantero, bellissimo, maestoso, con maschere e musiche da far invidia, dicono, persino a Venezia. Documenti come le vecchie edizioni della rivista “Carnevaleide”, simbolo della satira cittadina, documento pervaso da battute pungenti e a volte irriverenti, ma caratterizzate da un perenne e incessante amore per Chiavari, o i manifesti che annunciavano il Carnevale cittadino, testimoniano ancora oggi quelle serate, a pochi passi da una piazza Matteotti invasa dai coriandoli e confetti, e dalla grande Pentolaccia, uno dei pochi simboli rimasti oggi di quell’epoca.

MASCHERE DI LIGURIA

Le maschere del Carnevale ligure sono un affascinante riflesso della cultura e delle tradizioni locali. Oltre a Cicciolin e Capitan Spaventa, che incarnano il carattere marittimo e le storie di mare della Liguria, Baciccia e Barudda portano avanti la tradizione del teatro delle marionette, con la loro personalità vivace e le loro avventure comiche.

Baciccia, con il suo abbigliamento caratteristico e il suo spirito allegro, rappresenta il genovese tipico, mentre Barudda, suo amico, aggiunge un tocco di umorismo e follia alla loro dinamica.

O Mego, con il suo clistere, rappresenta un’altra figura archetipica della commedia, portando un elemento di satira sulla medicina e la salute, tipico delle maschere che riflettono la società.

Queste maschere arricchiscono il Carnevale ligure, e sono anche simboli di una tradizione che continua a vivere e a evolversi, mantenendo l’eredità culturale della regione.

I DOLCI DI CARNEVALE

Bugie
Come si può non iniziare da loro? Le bugie, classiche preparatie con uova, farina e burro, rappresentano il dolce per eccellenza di questa festività. Croccanti e friabili, sottili e spolverate con zucchero a velo.

Frittelle di mele del Borgo Coscia
Un dolce tipico del Borgo di Coscia, ad Alassio. È possibile assaporarle ogni anno durante la grande festa del borgo, che celebra la vittoria degli abitanti sui pirati saraceni nel 1500.

Quaresimali
Questi dolci tradizionali della Quaresima hanno origini che risalgono al 1500. Realizzati con ingredienti semplici, principalmente mandorle, zucchero, glassa e mompariglia, e privi di grassi animali, permettevano ai fedeli di gustarli anche durante i giorni di magro.

Castagnole
Questi dolci tipici di Ventimiglia, già noti alla fine del 1700, hanno la forma di castagne e misurano alcuni centimetri. Presentano un gusto speziato e tra gli ingredienti troviamo cacao, caffè e spezie, mentre la glassa è realizzata con zucchero e acqua di fiori d’arancio. Hanno ricevuto la De.Co. dal comune di Ventimiglia.

Sciumette
Si tratta di un dolce leggero, di colore bianco crema, a base di albumi, praticamente delle meringhe molto leggere però cotte nel latte e servite al cucchiaio. Le Sciumette (o schiumette, in genovese) erano così apprezzate da essere consumate durante tutto l’anno, fino a quando il loro uso non è diminuito a favore di dolci più elaborati.

Oggi vi porto alla scoperta del Comune di Borzonasca.

Un Tesoro Nascosto nel Cuore della Liguria!

Borzonasca, un comune affascinante situato nel Parco Regionale dell’Aveto. Spesso trascurato dai turisti che si dirigono verso il più noto Santo Stefano D’Aveto, Borzonasca offre una serie di sorprese che soddisfano sia gli amanti della natura che coloro che desiderano esplorare aspetti culturali ed enogastronomici.

📌 Abbazia di Borzone

Uno dei punti di riferimento più significativi è l’Abbazia di Borzone, dedicata a San Andrea. Fondata dai monaci di San Colombano e ricostruita nel XIII secolo, dal 1910 è considerata monumento nazionale. La sua bellezza e la sua storia sono un richiamo per gli appassionati di arte e architettura.

📌 Il Volto Megalitico

A pochi chilometri dal centro, tra le rocce, si trova il misterioso Volto Megalitico. Questo volto scolpito nella roccia ha suscitato l’interesse di studiosi per anni, senza però giungere a conclusioni definitive sulla sua origine e datazione, che oscilla tra il Neolitico e il Medioevo. Questo manufatto sembra scrutare la vallata del Penna e le antiche vie di comunicazione.

📌Pietra Borghese:

Gli amanti della geologia possono visitare la Pietra Borghese, un monolite che, grazie alla sua imponente massa scura, gioca scherzi alle bussole nelle sue vicinanze.

📌Lago di Giacopiane: Nel periodo autunnale non perdetevi le passeggiate intorno al lago colori caldi delle foglie di faggio si uniscono ai brillanti colori verdi degli abeti e all’azzurro dell’acqua del lago e si resta senza parole quando si ha la fortuna di avvistare i cavalli selvaggi della zona.

📌Centro Storico

Il centro storico di Borzonasca è un vero e proprio scrigno di storia, con i suoi vicoli e piazzette che raccontano di un passato mercantile. Le facciate dipinte “alla genovese” conferiscono al borgo un fascino unico e inconfondibile.

📌Agricasta:

Nel periodo autunnale raccomandabile la manifestazione legata alla cultura della castagna, così importante nel passato delle nostre genti e profondamente radicata nella nostra tradizione. Durante la manifestazione si può partecipare – al teatro dei burattini – all’albero della cuccagna, assistere ai balli e alla musica, alla mostra micologica e perchè no alla passeggiata con gli asinelli. Fra un’attività e l’altra ricordati di ricaricare le batterie con i piatti a base di questo frutto.

📌Raccolta funghi:

Aquistando nei bar della zona l’apposito tesserino è permesso andare alla ricerca dei funghi sotto i faggi o i castagni: finferli, russule virescense i pregiati boletus edulis

📌Formaggio Sarassu:

Nei pascoli gli allevamenti di capre di proprietà di alcune aziende agricole permettono di ricavare formaggi delizioni quali caprino fresco e la ricotta mentre dal latte crudo il primo sale, la formagetta, sarassu e il Caprino di Sopralacroce

📌La Ruetta (dal 1870)

Infine da golosa che sono non posso non consigliarvi una sosta presso la pasticceria Macera: Se prendete il caffè ricordatevi di accompagnarlo insieme a una loroo “Ruetta” spolevarata di candido zucchero a velo.

📌Come Raggiungere Borzonasca

Borzonasca è facilmente raggiungibile non solo in auto, ma anche con gli autobus di linea che partono dalla Riviera, rendendo accessibile questo angolo incantevole dell’entroterra ligure.

Che aspettate? Venite a scoprire le meraviglie di Borzonasca!

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Cicogna – Cicagna – Sigògna – Cighèugna .

Significati e curiosità;

Le cicogne erano semplici congegni per sollevare l’acqua dai pozzi, erano molto numerose negli orti ed erano al servizio dei bisagnini.

Oggi in Italia sono scomparse praticamente tutte, sostituite dapprima dal rinvio a carrucola, meno faticoso, e infine dalle pompe elettriche. Hanno una origine antichissima e sono ancora molto diffuse nei paesi ad economia meno sviluppata come ad esempio in Africa o in Sudamerica.

La cicogna consiste in un sostegno fisso, in legno o muratura, su cui bascula una trave di legno appesantita ad un estremo per tenerla inclinata; l’altro estremo è in corrispondenza della bocca del pozzo, e vi è appesa una corda, ho un altro palo di legno, che porta il secchio. L’operatore spinge il secchio nel pozzo tirando la corda verso il basso; quando il secchio è pieno, questi risale per effetto del contrappeso.

Esiste ancora una cicogna a Chiavari che è stata recentemente restaurata ed è un esempio indicativo della tecnica di costruzione Ligure. La Confraternita dell’Oratorio di San Giovanni a Cogorno ha voluto realizzare un presepe proprio ricostruendo questo importante strumento di lavoro.




Nella zona di Genova invece veniva usata anche per togliere l’acqua dai bacini nei lavori di pulitura o escavazione dei fondali. Collocate anche 150 per volta lungo le pareti delle dighe e manovrate da personale esperto, riuscivano a prosciugare in poche settimane specchi d’acqua notevoli agevolando il lavoro di scavatori e sterratori!

Siete curiosi? Eccola

La prima parola che viene in mente sentendo questa parola è “bambino”. Infatti è nel nostro dna pensare che la cicogna trasporti i bambini e li adagi sotto i cavoli.

LA CICOGNA DI CICAGNA

Nell’ormai lontano 1922 un bambino di sette anni, Gianni, senza dire nulla a mamma e papà, imbuca nella posta una sua letterina, in cui chiede di avere un fratellino o una sorellina. Marino Rossini, allora quarantenne, era un impiegato addetto allo smistamento postale: quando si trovò tra le mani la busta, per lo smistamento della corrispondenza, scambiò la parola «Cicogna» per «Cicagna». Cosi la letterina di Gianni, prese la strada verso la Val ntanabuona. Nell’ufficio delle Poste di Cicagna, lavorava la signora Maria Colotto. Sorpresa ed incuriosita dalla lettera, non sapendo cosa farne – o a chi inoltrarla – decise di aprirla. Lesse il contenuto, e dopo un momento di sorpresa e incredulità, decise di rispondere al piccolo Gianni. Incredibile ma vero: la notizia che la «Cicogna» aveva risposto alla lettera, fece immediatamente il giro dell’Italia intera, e non solo.
A partire da quel momento, migliaia di bambini, da ogni parte del mondo, hanno scritto alla Cicogna, che ha puntualmente a risposto a tutti. Le lettere, generalmente, erano indirizzate «alla Cicogna», «al Signor Cicogna», «alla Signora Cicogna», «a Mamma Cicogna»; a volte, con più dettagliatamente a : “Via dei Cieli, 55“.

Ne arrivavano dall’Italia, ma anche dall’India, dall’Europa e dall’America latina. Tra tutte queste, la più “preziosa” giunse addirittura dalla Casa Bianca, dove la First Lady Jaqueline Kennedy ringrazia la Cicogna, in occasione della nascita di John John, sfortunato figlio del presidente americano. Ancora oggi ci sono bambini che ricorrono “alla cara vecchia lettera”, spedita a «Via dei Cieli, 55 – Cicagna». Tutte queste, vengono catalogate in un vero e proprio archivio, situato in Comune.

CI

In molti paesi d’Europa l’arrivo delle cicogne in primavera è da sempre considerato di buon augurio e salutato con feste e cerimonie. In queste occasioni i contadini erano soliti fissare una ruota di carro ad un palo per formare una piattaforma su cui le cicogne potessero fare il nido tranquillamente Le cicogne bianche sono tendenzialmente monogame, questo significa che, una volta formata la coppia, restano assieme per tutta la vita

Cicogna, Sigògna, Cigheugna, Cicagna

FINE ANNI ’50

Dopo quasi un secolo di attività, a fine anni ’50 chiude definitivamente il frantoio della famiglia Bordoni, casata “Fracassi”, uno dei due esistenti al Groppo.

E’ l’inarrestabile destino che sta coinvolgendo, uno dopo l’altro, i sette mulini della vallata di Manarola, soppiantati dalla spietata concorrenza dei nuovi impianti che, con attrezzature e macchinari moderni, garantiscono rese più elevate ed un olio quasi privo da morchie.

Era ubicato sulla sponda sinistra del canale, in località “Burdun”, una decina di metri oltre il ponte della provinciale per Volastra. Il frantoio prospettava ed aveva l’ingresso sull’alveo del canale che essendo privo di ponticello di servizio, si raggiungeva con un guado. La ruota idraulica, ubicata sul lato sinistro del fabbricato era alimentata da una gora che attingeva acqua dal canale del rio “Gabiaa” e dalla copiosa sorgente del “Burdun” che sgorgava proprio sopra il frantoio.

Non possedendo le macine, funzionava unicamente da frantoio oleario.

Di questo mulino, demolito durante i lavori di costruzione della nuova strada carrozzabile Groppo – Volastra, in quanto interferiva col tracciato della stessa, si è ormai perduta la memoria. Le uniche testimonianze sulla sua esistenza sono questa immagine e la sua mola che stava ormai per essere perduta e, dopo varie peripezie, e stata recuperata e definitivamente collocata all’ingresso delle Cantina Sociale di Groppo.

La leggenda di Pacciûgo e Pacciûga

Ecco Pacciûgo e Pacciûga in uno dei due dipinti di Marcello Baschenis  esposti presso il Santuario dell’Incoronata di Genova Cornigliano  

Tali figure rappresentano due sposi vestiti con i tipici costumi genovesi del XVIII Secolo. Pacciûgo era un marinaio  che abitava in via Prè e che aveva sposato una donna buona e devota. Insieme vivevano d’amore e d’accordo ed erano entrambi devoti a Maria. Durante un viaggio in mare, Pacciûgo venne fatto prigioniero dai Turchi  e condotto in Africa  dove dovette rimanere per ben dodici lunghi anni senza poter far ritorno a casa. La moglie non pensava che a lui e ogni sabato si recava al santuario della Madonna di Coronata e pregava ardentemente perché il marito tanto amato tornasse a casa. Ma la gente, che la vedeva uscire ogni sabato, cominciava a pensare male di lei e iniziò a mormorare.

Un giorno Pacciûgo riuscì a fuggire e fece ritorno a Genova. Era sabato e la moglie si era recata, come sempre, al santuario a pregare. Quando Pacciûgo giunse, non trovò la moglie e chiese notizie ai vicini cercando di non farsi riconoscere. Ma una vecchina, avendo capito che l’uomo era Pacciûgo ed essendo stata sempre invidiosa dei due sposi, gli disse che Pacciûga tutti i sabati scompariva con la scusa di recarsi al santuario della Coronata a pregare, ma che in verità si incontrava con un uomo.

Sentendo ciò il marinaio fu colto da forte gelosia e senza esitazione si avviò verso Coronata; giunto a metà strada incontrò la moglie che nel vederlo e avendolo immediatamente riconosciuto gli corse incontro abbracciandolo e baciandolo. Pacciûga, asciugandosi poi le lacrime di felicità, iniziò a ringraziare la Madonna che aveva ascoltato le sue preghiere e disse al marito che il sabato seguente sarebbero andati tutti e due al santuario per ringraziarla.

Pacciûgo però non riusciva a togliersi di mente il tarlo della gelosia e così, il giorno dopo, propose alla moglie di fare una gita in barca a Cornigliano e quando furono al largo le domandò spiegazioni sul suo presunto tradimento. Pacciûga, che non si aspettava tale domanda dal marito, rimase un attimo in silenzio e Pacciûgo, interpretando il silenzio della moglie come ammissione di colpevolezza, fuori di sé, la colpì con un coltello e la gettò in mare.

Pacciûgo allora vogò verso riva e scese a Genova Sampierdarena, ma il rimorso per quanto aveva fatto lo perseguitava ed egli si recò al santuario di Coronata per chiedere perdono alla Madonna. Grande fu la meraviglia e la gioia di Pacciûgo quando, entrando in chiesa, vide la sua buona moglie, salva, in ginocchio davanti all’altare che pregava.

Capì allora che la Vergine aveva compiuto quel miracolo perché sapeva che Pacciûga gli era sempre stata fedele e così le corse incontro e la abbracciò con tutto il suo amore.

  • Pacciûgo e Pacciûga sono entrati a far parte della tradizione tanto che si ritrovano anche nelle maschere carnevalesche genovesi.
  • Ma Pacciugo è anche il nome di un delizioso gelato misto . Vi metto una immagine e se volete saperne di più potete trovare più informazioni nell’articolo dedicato che potete trovare nella sezione “cucina ligure”
  • L’uso del termine fare un pacciûgo a Genova è divenuto sinonimo di fare un pasticcio.

La notizia più antica e sicura dei falò a Camogli risale al 1885. Sono i quartieri di Pinetto, Rissuolo e forse anche una parte di Lazza, che in quei tempi accendevano i rovi sullo scoglio che si spiana sopra i “Tre fratelli”, sotto l’ultimo palazzo di Lazza. Ed è per questo che ancor oggi quello scoglio, anche se sempre più corroso dal mare, è chiamato “Foù”. Molti anni dopo sorse un altro falò, sempre in Lazza, ma nello slargo dietro alla fontanella, lato mare. Era il più piccolo ma anche il più ricco di tutti, in quanto, oltre alla questa che facevano tutti i ragazzi del quartiere, quelli di Lazza ricevevano alla vigilia ben cinque lire da Baciccin Ferrari (Scarpetta). Con quei soldi si potevano così acquistare dal fuochista di Recco (nel Vecchio Vastato) “fugai in cannetta”, “sicuri serve” (accesi vicino alle gambe delle donne più di una volta bruciavano qualche calza..) ed i “tric-trac”.

Nella frazione di Sant’Anna, sulla Via Romana, i ragazzi, dopo aver ben ripulito i fossati di sterpi e ramagie (come del resto facevamo tutti), accendevano, la vigilia della Santa, un bel mucchio di buschi dentro la “ca rutta” (casa rotta). E questo fino agli anni 20- 30. Poi tutto finì anche a causa delle nuove ville che erano sorte tutt’intorno. Dal 1920 al 1927 si faceva un falò anche nell’area del “Gasometro”; in quell’occasione il Comm. Riccobaldi dava cinque lire ai ragazzi. Da un vecchio pescatore ho anche saputo che verso il 1915 quelli di Fontanella accendevano un falò sugli scogli dell’ “Inferno”.

“Ninte pe u faù de San Fortunato?” Era questa la “canzone” che si recitava per farsi dare qualche dieci o al massimo cinquanta centesimi. Il tutto veniva infilato in una lattina rugginosa trovata in spiaggia, schiacciata sul fondo e con un taglio al coperchio. Ricordo che alle volte aprivamo il fondo dellalattina e ci usciva qualche centesimo per comprare il “sorbetto”. Al pomeriggio poi si andava al fossato con lunghe corde, quindi si attraversava Via Garibaldi portando i rovi e qualche alberello fino al Rivo Giorgio. Gli ambiti di influenza erano rigorosamente separati e i ragazzi di un quartiere non potevano sconfinare, per la questua, oltre la loro zona.. In caso contrario erano botte da orbi..

Verso il 1950 vedovo i falò ormai misti di rovi, vecchie cassapanche e sedie sgangherate dare più fiamma e durare di più ma mi rendevo conto che incominciava una nuova epoca fatta non più solo di “buschi”, ma, grazie al benessere, anche dei primi legni che uscivano dalle case e che una volta, invece, erano conservati gelosamente perché servivano per far fuoco nei fornelli.

Precisazione: scrivo in questo mio sito per gli apassionati di storia ligure che non possono comodamente raggiungere le nostre biblioteche. Il testo infatti è stato scritto da Mino Castrogiovanni e si trova nel libro Camogli Qui, Camogli Là – storia privata di una città (preparazione editoriale Barbara Schiaffino .) il libro è presente e consultabile con tante altre storie di Camogli presso la biblioteca del mare di Riva Trigoso.

I FIORI IN LIGURIA

C’erano fiori giorno e notte, per ogni occasione del giorno e della notte. Di giorno spesso venivano usati come omaggi floreali e spesso anche portati in piazza del Ferrari a Genova per ringraziamento di un dono ricevuto o per farsi perdonare un peccato o semplicemente per abbellire la piazza. Di  notte per i balli , per i misteriosi appuntamenti usati  come separè dei caffè alla moda o per i palchi dorati dei teatri. I fiori venivano raccolti in mazzi compatti, li costruivano attorno ad un manico di scopa tenuto in grembo. Girando lentamente il bastone  via via si legavano fiori di qualità e di colore diverso quasi a comporre un tappeto, poi attorno un pizzo e le carnose foglie di nespolo che facevano da supporto, Si levava il bastone, si legavano i gambi ed il mazzo era pronto per far arrossire di gioia o di vergogna qualche timida fanciulla. La coltivazione dei fiori a Genova e in Liguria, c’e sempre stata,  fiori sono nati con l’uomo e forse prima dell’uomo. Ci sono libri del 400 che parlano di invio di rose, di garofani, per esempio ad un matrimonio principesco a Mantova. Le località dove si coltivavano e si raccoglievano era Quarto, la lunga dolce collina distesa sul mare. Ma l’industria è nata quando l’uomo ha imparato a dominare le leggi della natura ed a costruire fiori diversi, scegliendo forma, colore, momento della fioritura. C’è stato un tempo a fine 800 che da Genova partivano camelie per tutta Europa, persino a Mosca. Fiori recisi senza gambo, chiusi raccolti in scatolette di cartone, viaggiavano come sigari a portar gioia alle signore. Intanto a Nizza il poeta francese Karr, un giorno per far cosa bizzarra fa un mazzo di rose e le manda in diligenza a Parigi ad una sua amica, Le rose arrivano bene, sono bell, piacciono. Tutte le amiche chiedono fiori; i primi partono in omaggio e poi si incomincia a venderli. E così nasce a Ponente la grande industria del fiore reciso. Lo stesso Karr un giorno, va dal Santinetto, un agricoltore di Ospedaletti, e gli propone di mettere nelle sue fasce piante di rose, in Paese cominciarono a prenderlo in giro: “O Santinetto o cianta e reuse! . O Santinetto o cianta e reuse !- 

  • “Ma come faccio a piantarle, mi pigliano in giro?” –
  • – “Tu piantale, ci penso io. Quando ci sono i fiori vengo io e me li proto in Francia, Faccio tutto io”.
  • E così è stato. Sono venute le piante, sono venuti i fiori, è venuto Karr a prendere i fiori ed alla fine dell’annata ha dato al Santinetto cento lire. Un biglietto da cento!. Da quelle parti, a quei tempi non ne avevano mai visto. Quel biglietto a fatto il giro del paese. L’anno dopo erano  tutte rose.
  • Se la rosa è la regina della floricultura, il garofano è il re. La coltura è nata con il perfezionamento del garofano rifiorente “Remontan” realizzato nel 1832 a Lione da Dalmè. Fiore ricco, pieno, ma soprattutto forte di gambo e forte di petali che durino brillanti in una casa. Questi garofani hanno trovato il buon terreno, sempre nella spinta del Karr, a Sanremo, dove con ibridazioni pazienti e costanti si è fatto del garofano una industria nazionale, Ti dico una cosa, e vale per tutti i fiori, i coltivatori per avere i fori pronti quando occorre, per esempio a Santi, a Natale, devono opportunamente studiare le potature, Se tu poti a settembre hai fiori a novembre, se tu poti a mezzo settembre hai fiori a Natale, e cosi via. Il tempo di fioritura è dominato dalla potatura.

Mentre a ponente prendeva consistenza la cogitazione del fiore reciso, a Genova e a Nervi nei parchi delle grandi ville signorili, si facevano le prime scoperte sulle piante e sui fiori esotici. A ponente arrivavano i fiori della Francia, a Genova arrivavano via mare dalla Cina, dal Giappone, dall’Africa, e si facevano gli esperimenti. Un giorno un seme messo nella serra dei Pallavicini ha tirato fuori una pianta lunga tre metri con le foglie larghe e robuste che voleva ancora salire, ma la terra era massa, e il giardiniere l’ha portata di fuori. Ha fatto strani fiori e poi frutti dolcissimi, era il padre di tutte le piante di nespole del Giappone che ci sono in Italia e in Europa. Ma la scelta più importante è stata l’orchidea il fiore più affascinante della nostra terra dove nei prati ne trovi centinaia di qualità ma quelle che sono venute dall’ariente nelle sedi dei grandi parchi  nobiliari risultavano più grandi e  quindi più facili da mettere in mostra anche nelle case. Chiavari diventa la capitale delle orchidee. I due terzi della popolazione nazionale viene dalle nostre serre i nostri agricoltori sono all’avanguardia anche per le ibridazioni, hanno ibridi pregevoli registrati al Royal  Orticultural Society di Londra, una specie di banca dei brevetti. C’è chi ha detto i Liguri contadini vista mare, ma questo amore per i fiori è una cosa straordinaria. Qui da noi, e tu lo sai, la terra è poca, lavorarla è fatica, non puoi portare macchine, attrezzature moderne, ed ecco che l’uomo ha scelto il fiore, che non vuole forza fisica ma intelligenza, sagacità: ed ha fatto del fiore e della pianta una grande industria. E sai cosa aggiungo, che se si dovesse parlare di metempsicosi, è un discorso difficile de da grandi, cioè il rinnovare la propria presenza sull’ terra dopo la more, il Ligure, scoperto che il fiore vive una sua vita autonoma, le orchidee hanno già tutte un loro nome , lo sceglierebbero come termine finale d’un possessivo ritorno, Chi non può mangiarne di questa terra,  ne vuol diventarne parte, ne vuol essere seme, per diventare il fiore più bello da ricevere sguardi desiosi e carezze di sole. Quindi quanto tu passi e vedi queste grandi serre coperte di vetri, a volte i vetri sono bianchi di calce perché il sole non passi troppo violento, guardale con attenzione, là sotto la natura compone i suoi disegni più belli, usando colori che poi l’uomo si ingegna a copiare. Ciao.

Tratto dal libro : La LIGURIA IN UN LIBRO  – biblioteca delle regioni 2/84 .

Il Presepe sulla collina delle Cinque Terre

“Era il 1961 quando mio padre, in punto di morte, mi chiese di ripristinare una croce che sorgeva in cima al colle di famiglia. Sistemata la croce, ho avuto l’idea di illuminarla con una batteria per auto. Poi non mi sono più fermato”.

Queste sono le prime  parole di Mario Andreoli che diceva durante le mille interviste.

Mario per allestire la collina era partito da semplici elementi poi sono arrivate la capanna e la stella. Nel tempo ha saputo inventare decine e decine di personaggi, restando ancorato alla realtà. Nel suo presepe sono presenti sempre richiami a tante fasi storiche: le scritte pax e pace in un mondo sempre in guerra, il ricordo della strage per il crollo del Ponte Morandi di Genova, gli anni del Covid con una figura dedicata all’impegno del personale sanitario e anche le figure classiche del presepe di Giuseppe, Maria, Gesù, l’asinello, il bue, le pecorelle,  i pastori ma anche le barche e i pesci a simboleggiare con le immagini quello che è Manarola: la sua terra.

Tutte le figure che si possono osservare,  ogni sera dopo il tramonto a partire  dal giorno 8 dicembre di ogni anno fino  alla fine di gennaio,   sono realizzate con materiali di scarto nel rispetto dell’ambiente. L’allestimento è cresciuto sempre di più e nel 2007 vinse il Guinnes dei primati perché ritenuto il presepe più grande del mondo. Nel tempo per aiutarlo molti compaesani e amici lo hanno sostenuto costituendosi nell’Associazione Presepe di Manarola Mario Andreoli. Il giorno 8 dicembre però non ci sono solo le figurine statiche ma il presepe diventa anche vivente con i bambini, che coadiuvati dal Cai percorrono parte della collina con le loro fiaccole accese e regalano un momento di  inestimabile valore a chi ha la fortuna di poter presenziare all’accensione. Moltissimi sono i turisti che vogliono unirsi alla forte emozione che questo evento provoca in Mario e in tutti i suoi amici e compaesani.  I suoi amici  si sentivano onorati di stare al suo fianco e sempre  volenterosi di immagazzinare nel loro animo il suo spirito e la sua passione.  Quando tutti i turisti correvano in stazione per prendere il treno o rientrare verso le proprie case con auto o bus la festa non finiva anzi Mario insieme ai compaesani continuavano la tradizione in cantina assaporando il vino prodotto con tanto sacrificio in quelle colline  aride e scoscese


Purtroppo Mario è deceduto il 22 dicembre 2022 all’età di 94 anni , Mario sarà sempre ricordato come un ferroviere ma soprattutto come inventore dello storico presepe luminoso  e da questo giorno in avanti  mantenere questa  bellissima tradizione spetterà agli amici più fidati di Mario Andreoli.