✏️ Isolarsi e immergersi nella natura era quello che desideravamo. Doppietta risultata vincente quella degli ampi spazi aperti sulle cime che si sono contrapposti agli infuocati boschi di larici .
✏️Fantastici protagonisti sorridenti, allegri, collaborativi e soprattutto fiduciosi (nel forest bathing è necessario lasciarsi condurre dalle indicazioni che ti arrivano dal bosco nella sua complessità che ogni istante è diversa )
✏️ E poi il canto dell’acqua, in mille voci e mille toni, che accompagna il suo movimento e ce lo rende presente nel paesaggio anche quando ancora non la vediamo. GiĂ a distanza possiamo percepire il fruscio del ruscello che corre tra le piante, il suo risuonare e gorgogliare interrotto quando saltella tra i balzi e i sassi, il ticchettante gocciolio lungo le rocce, lo scroscio sonoro ed echeggiante della cascata, il coro sommesso del fiume.
✏️ E al calar del sole ci avviciniamo al caldo ed accogliente rifugio e nell’attesa di un altro magnifico momento davanti al fuoco del camino prepariamo una merenda con i frutti del bosco a valle.
✏️ Arrivederci presto per vivere in natura e in noi stessi.
Ecco il breve riassunto di due giornate indimenticabili immersi nella bellissima Val di Nure laddove le province di Parma, Genova e Piacenza si immergono contemporaneamente in un territorio molto naturale grazie ala scarsa antropizzazione e lontananza dai primi centri abitati (#SantoStefanoD’aveto e Ferriere). Le vette del #Montenero, del #MonteRagola, e il #LagoNero testimoniano in maniera evidente l’origine glaciale della vallata. In questa splendida area protetta abbiamo attraversesato prati sommitali, altopiani ofiolitici e floride torbiere per giungere finalmente ad ammirare il lago e le sue #ninfee.Â
Si può gustare la montagna in tanti modi. Il nostro è stato quello di viverla a passo lento per questo siamo stati in valle due intere giornate. Abbiamo vissuto anche i suoi contrasti come per esempio il calore sulla pelle del sole battente e la freschezza della pioggia. Poi entrati nel rifugio un temporale che ci permesso di valorizzare lo splendido camino e ci ha reso la consapevolezza di quanto sono importanti le persone che portano avanti queste piccole realtĂ locali con tanta passione e buona volontĂ . Poi il tramonto, poi un’ottima cena a base di prodotti a km zero, poi le risate dopocena, poi l’alba, poi le fioriture, poi la vetta, poi i pascoli, poi, poi, poi, poi, si potrebbe non finire mai. Ma le parole sono inutili.
L’albero della vita del Bahrein (Shajarat al-.Hayat) è un albero solitario.
Il Bahrein è un minuscolo arcipelago del Golfo Persico, posto fra l’Arabia Saudita e la penisola del Qatar. Questo antico albero, uno dei più misteriosi ed affascinanti conosciuti, alto circa 10 metri, cresce maestosamente su una collina sabbiosa, completamente isolato nel mezzo della zona desertica dell’isola principale del Bahrein. Nonostante questa pianta sia conosciuta da secoli e moltissime siano le leggende che la riguardano, dal punto di vista scientifico si sa pochissimo. I fatti non sono molti. L’albero, il cui nome deriva dalla credenza popolare che si tratti dell’originale albero della vita raccontato nella Genesi – da non confondere con il molto più famoso e gravido di conseguenze per l’umanità albero della conoscenza del bene e del male – si trova descritto come appartenente a molte specie differenti. Purtroppo non essendoci alcuna pubblicazione scientifica dedicata, le conoscenze su questa pianta che avrebbe, al contrario, tantissimo da insegnare sono poche e spesso confuse.
Fino a non tanto tempo fa, qualunque ricerca si tentasse sull’albero del Bahrein si finiva prima o poi per inceppare in una fantomatica ricerca effettuata in collaborazione con lo Smithsonian, che riportava per questa pianta un’età di circa 500 anni. Non riuscendo a trovare alcuna prova certa riguardante una qualunque pubblicazione dello smithsonian a proposito di questo albero, qualche mese fa mi sono deciso a chiedere lumi direttamente al museo. Sena fortuna. L’impiegata cui mi sono rivolto mi ha gentilmente risposto che non era riuscita a trovare alcuna citazione dell’albero fra le ricerche effettuate dal museo. Una situazione incerta, quindi e senza fonti sicure cui fare riferimento se non quelle fornite dal governo stesso del Bahrein, in quale, intuito il potenziale, soprattutto turistico, che quest’albero poteva avere, anni fa inizio una affidabile serie di analisi. I risultati di questi studi sono affascinanti quanto le leggende che circondano l’albero. Primo l’età : l’albero sembrerebbe sopravvivere in pieno deserto dalla metà del Cinquecento, il che ne farebbe di gran lunga il decano di tutti gli alberi solitari del mondo e, quindi, quello che meglio è riuscito ad adattarsi alle avverse condizioni del suo ambiente. Secondo , la specie: oggi sappiamo con certezza che l’albero della vita del Bahrein è una Prosopis juliflora, un albero originario del Messico e del Sudamerica, tipico di aree calde, secche e salate dove poche altre specie sono in grado di sopravvivere. Grazie alla sua radice fittonante che può raggiungere profondità incredibili, alle foglioline piccole e composte che permettono di dissipare molto efficacemente il calore in eccesso e di limitare la perdita d’acqua, alla capacità di fissare azoto in virtù della simbiosi che intrattiene con batteri azoto fissatori, e infine grazie alla sua intrinseca capacità di resistere al acqua con alte concentrazioni saline la sola acqua che eventualmente le sue radici possono trovare ad alta profondità nel suolo del deserto – questo albero è costruito per sopravvivere nelle condizioni più difficili immaginabili per una pianta.
Non basta. Neanche un fuoriclasse dei climi estremi come la Prosopis potrebbe sopravvivere in pieno deserto per cinque secoli senza mettere in atto qualche altro trucco. Nel 2010, il governo del Bahrein iniziò un a campagna di scavi archeologici nella zona immediatamente prospiciente l’albero della vita scoprendo i resti di un villaggio attivo probabilmente fino alla metà del XVIII secolo, provvisto di un pozzo molti vicino alla sede dell’albero. Questo significava che era stato piantato appositamente lì e che nei secoli, anche dopo il definitivo abbandono del villaggio, era riuscito a seguire con le sue radici profonde la falda. Ecco spiegato da dove proveniva l’acqua che ne permetteva la sopravvivenza.
Rimaneva un ultimo piccolo ma affascinante mistero: come aveva fatto una specie originaria delle Americhe ad arrivare nel bel mezzo del deserto del Bahrein, dall’altra parte del mondo, soltanto poche decine d’anni dopo la scoperta del continente americano? La via più probabile sembra essere attraverso i portoghesi che conquistarono le isole nel 1521 e vi rimasero fino al 1602, anno in cui l’arcipelago divenne un dominio della Persia. Durante questi anni di dominazione portoghese, delle piante di Prosopis juliflora dovettero arrivare li grazie all’intuizione di qualche botanico portoghese che ne intuì la possibilità di adattamento in quegli ambienti simili a quelli originari. Di quel nucleo di piante l’albero della vita è l’unico sopravvissuto. Qualunque siano state le peripezie che hanno portato l’albero della vita fino al Bahrein, rimane la straordinaria impresa di questa singola pianta che dalle lontane Americhe è riuscita a svilupparsi e prosperare conservandosi per mezzo millennio in un ambiente ostile, emblema vivente della capacità di adattamento delle piante e della loro abilità nel risolvere brillantemente anche i problemi più ardui legati alla sopravvivenza.
tratto dal libro: L’incredibile viaggio delle piante di Stefano Mancuso editori Laterza prima edizione 2018
Oggi
Secondo le credenze popolari, l’albero è stato piantato qui nel 1583 per indicare il luogo in cui in origine sorgeva il Paradiso Terrestre. Proprio da questa terra sarebbe prosperato fino ai giorni d’oggi, con tutta la simbologia e il misero che lo avvolgono.
Lo spettacolo che si apre ai migliaia di turisti che giungono fin qui ogni anno, è molto suggestivo e quasi mistico. Oggi un recinto in ferro ne circonda la base, impedendo così ai visitatori di avvicinarsi troppo. Tuttavia, vista la grande estensione dei rami è ancora possibile sedersi sotto la sua ombra e godere della sua frescura.
In Liguria, l’antesi (ovvero lo stato della pianta con i fiori completamente aperti) della EUPHORBIA DENDROIDES è in febbraio /marzo.
Come per le mimose che ravvivano in questo periodo i terrazzamenti liguri grazie suoi fiorellini perfettamente sferici e gialli , anche i fiori dell’Euphorbia ravvivano le scogliere e i dirupi presso il mare in quanto in questo periodo è l’unica pianta della gariga in fiore. La pianta adulta forma dei veri e propri cuscini sferici di colore verde da cui si dipartono bellissimi fiori gialli.
. L’Euphorbia è una specie caratteristica della macchia e della gariga mediterranea costiera, che  in tali condizioni vitali subisce il fenomeno della estivazione, cioè ha la fase vitale (produzione di foglie fiori e frutti) in inverno fino alla primavera. Quando le condizioni vitali divengono critiche per il caldo e l’arido in estate, si ha una fase di completa stasi della vegetazione, inclusa la caduta delle foglie. E’ necessario fare molta attenzione a non toccarsi pelle e occhi dopo averla toccata infatti i rami, se strappati, secernono un lattice bianco irritante. Sulle mucose, soprattutto quelle degli occhi, minuscole gocce possono infatti provocare irritazioni dolorose e persistenti. Non si conoscono usi cosmetici per questa specie e nella medicina popolare di un lontano passato pare che il latice, molto diluito, venisse usato, per via interna, come energico purgante.
Per quanto riguarda la sua salvaguardia non esistono note di protezione, anzi a volte è considerata infestante, ma è comunque inserita in parecchi siti di salvaguardia della biodiversità .
L’Euphorbia dendroides è un “relitto terziario” che probabilmente, in un clima di tipo tropicale, era diffuso in un’area ben più vasta di quella che occupa oggi, ( bacino del Mediterraneo ad occidente fino alle coste della Spagna mediterranea e ad oriente fino all’Egeo; Nord Africa in Algeria ed in Libia, in Palestina, Isole Canarie e sud California) e che sparì da molte zone con le glaciazioni dell’Era Quaternaria o Neozoica. e che sparì da molte zone con le glaciazioni dell’Era Quaternaria o Neozoica.
Per tutte le religioni esiste una specifica simbologia .
La montagna rappresenta il centro del mondo e il veicolo dell’ascensione al cielo o del ritorno al principio, oltre che rappresentare il luogo della manifestazione del sacro (ierofania) e del divino (teofania). Il carattere mistico attribuito alla montagna dipende anche dal fatto che sulla sua cima, spesso coperta di nubi, si consumano le nozze sacre (ierogamia) tra Cielo e Terra. Nelle religioni abbiamo sempre sentito parlare del monte Tabor, del Sinai, del Monte degli Ulivi, del monte Calvario, del Monte Meru, del Monte Olimpo.
Non esiste una definizione unica di montagna La definizione convenzionale di montagna si ha quanto un rilievo ha un’altezza superiore a 600 mt e un aspetto almeno in parte impervio. L’altezza delle montagne è definita altitudine e si misura con l’altimetro, il punto da cui si inizia a misurare è sempre il livello del mare, La parte piĂą alta di una montagna si chiama cima, o vetta, mentre i fianchi si chiamano pendii o versanti. La parte piĂą bassa si chiama piede (quando si dice ai piedi della montagna…)E’ raro che un rilievo sia isolato, solitamente le montagne si trovano in gruppi, ossia in massicci, o allineati in una catena montuosa. Le montagne sono essenziali per la vita sulla terra. Il loro piĂą grande contributo è l’umiditĂ che intrappolano, attraverso il clima e la caduta della neve. La quantitĂ di neve sulle piste e sui ghiacciai determina la quantitĂ d’ acqua o la siccitĂ di una regione anche a migliaia di chilometri di distanza. Per piĂą della metĂ della popolazione umana sulla terra, le montagne forniscono le precipitazioni per l’agricoltura e risorse idriche immagazzinate di ogni genere. Esse sono anche i mezzi con cui i fiumi di montagna e i torrenti, di solito di formazione glaciale, forniscono l’ energia idroelettrica con dighe e generatori e mulini a vento. Le montagne offrono le foreste che producono anche selvaggina e alcune colture alimentari parzialmente addomesticate, come le patate e altri tuberi.
Ecco un cortometraggio della campagna NATURE IS SPEAKING (La natura sta parlando) voluta dall’Associazione Conservation Internationalche mira a rendere consapevoli dell’importanza di tutelare la natura. L’attore statunitense Lee Pace si cala nelle vesti della montagna .
Anni fa, durante una ferrata in questo splendido orrido in Val di Susa, il mio corpo sprizzava gioia da tutti i pori come l’acqua spruzzava sul mio viso le sue gocce fresche e pure. Ero felice. Fin da bambina sono sempre stata felice in natura. Se aiutiamo la natura, aiutiamo noi stessi.
A scuola tutti abbiamo studiato l’acqua, la sua sigla in chimica, la sua forma liquida e solida, l’importanza dell’acqua nella vita degli esseri viventi, il ciclo dell’acqua, che il nostro corpo è composto da oltre il 70% di acqua ecc.
Eppure sembra proprio che diamo troppa poco importanza a questa fonte che a molte persone pare inesauribile.
Ecco un video della campagna NATURE IS SPEAKING (la natura sta parlando) voluta dall’associazione Conservation Iternational che mira a rendere consapevoli le persone sull’importanza dell’acqua nell’attuale periodo storico. L’attrice Penelope Cruz si cala nelle vesti della componente ambientale ACQUA per veicolare un messaggio semplice, ma allo stesso tempo provocatorio: La natura non ha bisogno delle persone. Le persone hanno bisogno della natura”
( da Wikipedia: L’Unione internazionale per la conservazione della natura, , è una organizzazione non governativa (ONG) internazionale con sede a Gland in Svizzera. Il 17 dicembre 1999 le è stato riconosciuto lo status di osservatore dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.Considerata come «la piĂą autorevole istituzione scientifica internazionale che si occupa di conservazione della natura» è stata fondata nel 1948 nella cittadina francese di Fontainebleau , con la finalitĂ di supportare la comunitĂ internazionale in materia ambientale svolgendo un ruolo di coordinamento e di scambio di informazioni fra le organizzazioni membri in un’epoca in cui tale settore era ancora in fase di sviluppo e la maggior parte dei paesi del mondo non possedeva ancora dei processi di confronto istituzionale per la tutela ambientale.L’unico italiano che ha partecipato alla sua costituzione, in qualitĂ di presidente del Movimento Italiano per la Protezione della Natura (Mipn, dal 1959 Pro Natura), è stato Renzo Videsott, al tempo direttore del Parco nazionale del Gran Paradiso.)
Buona visione.!
Caterina
Io sono l’Acqua. Per l’uomo io sono semplicemente là e qualcosa che loro prendono per marcare, ma c’è più di un’anima in me e sempre di più ogni singolo giorno. Io comincio a scendere dalle montagne, galleggio sui corsi dei fiumi e poi mi butto nell’oceano: poi il ciclo ricomincia di nuovo. E ci sono voluti 10 mila anni per portarmi allo stato in cui sono adesso, ma per gli uomini sono soltanto acqua e sono solo là . Dove mi troveranno gli uomini quando saranno a miliardi sulla Terra? Dove troveranno loro stessi? Loro cominceranno delle guerre per me come per ogni altra cosa? Questa è sempre un’opzione ma non è l’unica opzione. La Natura non ha bisogno delle persone. Le persone hanno bisogno della Natura.